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Robert Herman. Scomparso lo street photographer con il cuore diviso fra Napoli e New York

robert hermanPer oltre quarant'anni ha catturato con i suoi scatti il senso più profondo dello spirito di New York, i suo cambiamenti e contraddizioni, fra iconografia cinematografica e realtà. Robert Herman, fotografo americano considerato con merito fra i più grandi esponenti del genere della street photography mondiale, è scomparso prematuramente e tragicamente nella notte di venerdì 20 marzo all'età di 64 anni.

Se New York – a cui ha dedicato scatti divenuti famosi con i suoi due libri “The New Yorkers” e “The Phone Book” ed esposti presso il New York City Museum, era la sua prima casa –  Napoli era sicuramente la seconda, quella in cui ha lasciato un pezzo del suo cuore: è infatti qui che incontra nel 2014 Viviana Rasulo, fotografa napoletana divenuta sua compagna, iniziando a trascorrere buona parte della sua vita personale e lavorativa. A Casa Morra, nella città partenopea, Herman espose nel 2018 la sua mostra personale “The Yellow Truck”, presso gli spazio degli Archivi Mario Franco. Una mostra in cui univa alla fotografia la grande passione per il Cinema, ereditata dal padre. “Quello che mi colpì nell’incontrarlo fu l’immediata carica empatica, mitigata da una sensibile capacità di comunicare con precisione ma anche con dolcezza. Poi vidi il suo lavoro, oggi parte del patrimonio degli Archivi e che mi è particolarmente caro – racconta il critico d'arte e di cinema Mario Franco – Vidi anche i suoi libri e a colpirmi fu l’imparzialità della visione, uno dei primi pregiudizi che Robert tentava di scardinare chiarendo come ogni nostra visione coincide necessariamente con uno solo dei molteplici punti di vista possibili. Nelle sue foto per le strade di New York, Herman, oltre a farci riflettere sul fatto che l'angolazione sotto cui vediamo le cose è sempre necessariamente parziale, ci forniva anche l'opportunità di vedere la struttura urbana e i volti dei passanti nel vero ed etimologico significato di ”istantanea”, e quindi sullo slittamento che esiste tra il tempo della fotografia, bloccato e frammentario, ed il tempo fluido della realtà. L’accurata impaginazione delle inquadrature, anche in quelle realizzate con uno smartphone, era solo una delle più evidenti caratteristiche. Robert me le mostrava con professionale compiacimento, fumando la sua immancabile Camel gialla. La notizia della sua morte mi ha lasciato incredulo ed addolorato, non potevo credere che dietro la sua sensibilità di vero artista, dietro la semplicità dei suoi sorrisi, potesse nascondersi il dramma della depressione”.

foto 1 neapolitans

(Dal progetto “Mediterraneo”, inconcluso).

“Lo considero il mio padre fotografico – dichiara invece Vincenzo Noletto, giovane promessa napoletana della fotografia – Col suo lavoro è stato capace di farmi cominciare a studiare fotografia e cambiare vita. Se oggi sono un fotografo è  merito suo. La sua fotografia riesce ad essere fuori dal tempo, chi riesce a eseguire scatti del genere è destinato ad essere immortale. Non ci dimenticheremo mai di lui”. E di quanto fosse in grado –  non solo di mettere l'amore che aveva per il suo lavoro nell'opera –  ma anche di trasmettere tale amore agli altri, ne parla anche la sua compagna di vita di questi ultimi anni, Viviana Rasulo. “Quando l’ho conosciuto mi ha chiesto “hai con te la macchina fotografica? Bene adesso posala ed andiamo a fotografare con gli occhi e con il cuore”. Da lì è iniziato il mio viaggio con lui - racconta Viviana – Robert aveva una dolcezza infantile, era una persona pura ma allo stesso tempo determinata ed intelligente. La sua passione e cultura infinita sul Cinema gli veniva dal padre. Per sopravvivere aveva imparato molti mestieri nella sua vita dal film maker, al tassista, all’imbianchino e ne andava fiero. Mi manca già l’odore della sua sigaretta, innervosirmi per la sua distrazione e per il pullover sbrodolato, sbalordirmi quando alle 11 del mattino mi chiedeva di cucinargli uova e bacon. Terrò strette con me la sua semplicità, l'orgoglio con cui mi presentava, allo stesso modo, il suo amico venditore ambulante di Vinili e  il curatore del MOMA a New York.  Lui era un uomo di strada, era sempre se stesso e così erano le sue fotografie”. Fra le strade di New York le fotografie di Herman catturavano luce e ombre, denunciavano atti di violenza, il razzismo celato dall'ipocrisia benpensante, così come restituivano dignità e bellezza ai tanti homeless che abitano la città.

Foto 2 new york

(Da “The New Yorkers”, 2013)

“Le sue fotografie spesso erano difficili da guardare perché erano vere – prosegue la fotografa – E tante ne ha dedicato a questa sua seconda casa: Napoli. Aveva un bar preferito a piazza Dante, dove ordinava sempre, orgoglioso dell'Italiano che stava imparando, “cappuccino e cornetto al cioccolato”. Faceva subito amicizia con le persone, soprattutto con quelle più semplici. Camerieri, ambulanti, gente del popolo e scugnizzi: a loro dedicava le sue fotografie e loro erano felici di esser portati con lui, attraverso quegli scatti, nella Grande Mela. Amava Napoli ed i miei amici, che erano poi diventati i suoi, perché in questa città, diceva, è impossibile essere soli”.

Foto 3 autoritratto

(Autoritratto. Dal progetto “The Yellow Truck”, 1979)

L'Autore
Chiara Reale
Author: Chiara Reale
Project manager della rivista di arte contemporanea Racna Magazine, si occupa di promozione, strategia di comunicazione e management nel settore arte e cultura collaborando con l'Istituzione Internazionale Art1307, Villa di Donato, Casa Morra – Fondazione Morra e diversi artisti. Curatrice d'arte contemporanea e scrittrice compulsiva, collabora fra l'altro con il quotidiano “Roma”, come referente Arte Contemporanea. Dal 2012 collabora con la casa editrice Marchese editore, occupandosi di pubbliche relazioni, promozione e creazione di eventi culturali.

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