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Caravaggio è mio e lo gestisco io

caravaggioNon si placa la polemica innescata –per una volta suo malgrado- da Vittorio Sgarbi, ambasciatore per l’Expo 2015 per l’arte, in merito al trasferimento –temporaneo- di una tela di Caravaggio.

Sei mesi, solo sei mesi, la durata della manifestazione milanese. Un periodo durante il quale il critico ferrarese aveva ventilato l’ipotesi di esporre Le Sette Opere di Misericordia, capolavoro realizzato da Caravaggio nel 1606, su commissione del Pio Monte della Misericordia. Una proposta che ha inaspettatamente dato il via ad una querelle che non sembra trovare pace: cittadini pubblici e privati si sono levati, uniti, in un solo grido, un sonoro ‘no’ al trasferimento della tela. Un po’ ovunque si legge di ‘scippo al popolo napoletano’, di ‘richiesta ingiustificata’, di un’opera ‘strettamente legata al territorio’. Ne parliamo con un addetto ai lavori Antonello Scotti, docente, curatore, tra i fondatori di Aporema Onlus, una realtà no profit che lavora per la diffusione dei linguaggi artistici attraverso nuove forme didattiche.

D. Divampa la polemica sul trasferimento della tela caravaggesca, inamovibile a dire di molti, a causa della sua ‘territorialità’. Cosa ne pensa?

R. In linea teorica non sono assolutamente d’accordo con questa idea di ‘inamovibilità’. Le opere d’arte sono di tutti, non sono certo proprietà di etnie. E compito di chi si occupa di arte deve essere proprio quello di renderle fruibili a tutti, laddove è difficile individualmente raggiungerle. Penso ad esempio ai Bronzi di Riace, in questi giorni ugualmente al centro di non poche polemiche.

D. Come giustifica, allora, la levata di scudi, l’approccio terribilmente miope all’ipotesi del trasferimento, l’incomprensibile senso di possesso manifestato –anche e soprattutto- dai rappresentanti dell’intellighenzia napoletana?

R. Esiste sempre un’azione localista di autodeterminazione di un popolo. Spesso ci si accorge di un bene –proprio- solo quando quel bene viene illuminato dalle luci della ribalta. In sostanza ce ne ricordiamo solo quando questa opere sono chiamate a rappresentare la città. È come se ci sentisse chiamati ad esercitare una sorta di diritto di prelazione. La domanda da farsi, piuttosto, è: cosa succederà dopo l’EXPO? L’opera ritornerà nell’ ‘oscurità’ del Pio Monte?

D. Allora, glielo chiedo: quali scenari si paventano, quali le conseguenze di un eventuale dopoexpo?

R. Partendo dal presupposto che esportare non significa impoverirsi, ma arricchirsi, credo che un trasferimento della tela a Milano sarebbe funzionale solo ad una condizione, quella cioè che l’operazione rientri in un più ampio discorso progettuale. E in un certo senso opporsi al trasferimento significa ammettere di non essere in grado di creare un processo virtuoso che dia senso all’operazione e valorizzi il bene fuori, certo,  ma soprattutto in città. Siamo sostanzialmente inabili nel coordinare le nostre bellezze, perché incapaci di concepire un progetto culturale ampio, strutturato, inclusivo, e in questo senso, sì, molto miopi. E miopi anche nel guardare alle buone pratiche: penso ad esempio al successo straordinario che ha registrato, a Londra, la mostra allestita con i reperti archeologici provenienti dagli scavi di Pompei. Cosa abbiamo imparato da quell’esperienza? Abbiamo forse analizzato il ‘modello British’ per comprenderne il successo?

L'Autore
Sarah Galmuzzi
Author: Sarah Galmuzzi
Giornalista, mamma, grafomane, gattara, storica dell'arte, non necessariamente in quest'ordine, polemica fino alle bolle, odia le sopracciglia ad ala di gabbiano e i sottaceti, ma ama praticamente tutto il resto, soprattutto gli accessori king size. A memoria d'uomo nessuno è uscito vivo da una discussione con lei.

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