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Il Mistero di Bellavista e l’aneddoto sull’arte contemporanea. Per fare chiarezza sul “Cesso scardato” di Wesselmann

bellavistaApprendendo della triste notizia della scomparsa di Luciano De Crescenzo, chiunque abbia a che fare, per lavoro o per diletto, con l’arte contemporanea sarà certamente tornato con la mente alla celebre scena de Il mistero di Bellavista, film del 1985, la seconda pellicola dedicata alla figura del professor Bellavista (protagonista del famoso libro "Così parlò Bellavista" e dell'omonimo adattamento cinematografico), in cui si vedeva proprio Luciano De Crescenzo nei panni del protagonista.

In occasione della visita ad un’esibizione d’arte contemporanea Villa Pignatelli, il “Professore” è accompagnato da due ragazzi del suo “Simposio”, Saverio lo spazzino e Salvatore il vicesostituto portiere, che incontrano per la prima volta in tale occasione l’arte contemporanea attraverso le opere di Fontana, Burri e Tom Wesselmann. Ed è proprio l’opera di quest’ultimo a suscitare nei due neofiti le maggiori perplessità: l’interno di un bagno con tanto di lavabo, specchio e gabinetto. A partire dal lavoro del noto esponente della pop art americana inizia una riflessione esilarante ma sempre puntuale, su cosa è percepito come arte e cosa non lo è, fino al famosissimo interrogativo che Salvatore pone a De Crescenzo: un lavoratore del tremila ritrovando il bagno di Wesselmann, penserà di aver trovato un capolavoro o un “cesso scardato”?

Nonostante i toni ironici e popolari, l’aneddoto si richiama così come tutto il film, alle citazioni del filosofo greco Protagora, riportando un interrogativo che è si inserisce, attraverso una riflessione tutt’altro che scontata, nell’eterna diatriba circa l’”autorevolezza” dell’arte contemporanea. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza. Ad entrare nel vivo della questione fu, fra i primi, Walter Benjamin con il suo famosissimo saggio “L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica”. Già nel 1955 infatti Benjamin sostiene che l'introduzione di nuove tecniche, sviluppatesi nel Ventesimo secolo, per produrre, riprodurre e diffondere l'arte ha radicalmente cambiato il concetto di opera d’arte e di artista per l’opinione pubblica. Nonostante l’opera d’arte sia sempre stata riprodotta attraverso tecniche grafiche come la silografia, e in seguito la litografia, tali forme di riproduzione erano legate comunque alla manualità e quindi al rapporto diretto fra oggetto artistico ed esecutore. La relazione tra l'arte e lo spettatore era quindi definito dall'unicità ed irripetibilità dell'opera d'arte, dal suo esistere solo “Hic e Nunc”. Nel Novecento, con l’avvento della riproduzione tecnicamente perfetta della fotografia o del cinema, si sviluppa una “alterazione” del concetto tradizionale di opera d’arte: la contrapposizione autentico / falso non ha senso per l'età della riproduzione tecnica, poiché essa non solo determina una riproduzione, ma altera anche il contesto in cui questa si verifica di “trasportando” l'opera in un contesto di consumo quotidiano. In quest’ottica l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica perde l'autenticità, che ne costituiva nel passato la caratteristica fondamentale, trasformandosi, secondo Benjamin, in pure e semplice consumo. La riflessione sul “cesso scardato” di Salvatore, nonostante la terminologia non aulica, attinge a piene mani al pensiero di Benjamin: il bagno esposto a Villa Pignatelli non è opera d’arte ma, appunto, un oggetto di uso quotidiano, di consumo. Eppure è proprio da qui che inizia la riflessione della Pop-Art che, figlia del suo tempo, si sviluppa proprio come critica alla “Società di Consumo”.   La pop art nasce nella seconda metà del ventesimo secolo ed è chiamata così poiché deriva proprio dal termine inglese “popular art”, che tradotto in italiano, vuol dire arte popolare. Per “popolare” si intende tutto ciò che viene prodotto in serie, per la fruizione della massa e non del singolo individuo. Nella società consumistica degli anni Cinquanta quale elemento poteva rappresentare al meglio l’arte di massa se non gli oggetti appartenenti al mondo del commercio e quindi dell’uso quotidiano? È da qui che nasce la serie Campbell’s Soup Cans di Andy Warhol, l’”idea-parola-immagine” di Robert Indiana (che ha posto le basi del concetto di slogan), e lo stesso “cesso scardato” di Wesselmann.

Nel mondo contemporaneo, soggetto a influenze e stimoli differenti da quelli del passato, il concetto di arte non può essere sovrapposto a quello del passato anche se il significato intimo dell’essere “artista” rimane invariato. L’artista è il termometro dei suoi tempi. Il suo lavoro è quello di uscire da strade precostituite per creare nuovi sentieri. L’artista è il ponte fra il passato e il futuro. E in questo, proprio nel momento stesso in cui criticava scherzosamente le nuove forme di arte, De Crescenzo facevo lo stesso. Attraverso i suoi romanzi e i suoi film creava, con il suo dissacrante modo di parlare di filosofia antica, un nuovo modo per approcciarsi al mondo della cultura, riportando riflessioni, relegate alle alte sfere degli intellettuali, alla portata di tutti. In fondo anche Luciano avrebbe potuto creare un cesso scardato.

L'Autore
Chiara Reale
Author: Chiara Reale
Project manager della rivista di arte contemporanea Racna Magazine, si occupa di promozione, strategia di comunicazione e management nel settore arte e cultura collaborando con l'Istituzione Internazionale Art1307, Villa di Donato, Casa Morra – Fondazione Morra e diversi artisti. Curatrice d'arte contemporanea e scrittrice compulsiva, collabora fra l'altro con il quotidiano “Roma”, come referente Arte Contemporanea. Dal 2012 collabora con la casa editrice Marchese editore, occupandosi di pubbliche relazioni, promozione e creazione di eventi culturali.

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