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L’insostenibile insensibilità del dio del calcio

KOULIBALY JUVELe partite normalmente iniziano quando l’arbitro fischia, un po’ come il rigore secondo Boskov, sempre che il giudice di gara non sia un insensibile. Tergiverso, scusatemi. Ricomincio.

Dicevamo, le partite normalmente iniziano quando l’arbitro fischia. Tutte, tranne Juve-Napoli. Quella può cominciare giorni, anche settimane prima. Stavolta è iniziata sabato pomeriggio, quando migliaia di tifosi sono andati in pellegrinaggio a Fuorigrotta per salutare la squadra prima della partenza per Torino. La parola pellegrinaggio non l’ho scelta a caso: il tifo è una forma di religione, per l’idolatria, per la fede cieca e anche piuttosto ingiustificata; ma soprattutto per la convinzione del tifoso di essere fondamentale per la vittoria, che i propri gesti, calore, comportamenti siano la sostanza di cui si nutre il dio calcio. “Non mi devo distrarre, se no”; “Siediti dove stavi domenica scorsa, sta’ a vedere che…”; “Mi devo vedere la partita, altrimenti…”. Scommetto che l’avete detto anche voi, e allora siete credenti, pardon, tifosi.

“Mi devo vedere la partita”. Devo, non voglio, desidero. Devo. Perché anche se sto schiattato sul divano di casa con la pizza, la peroni e la jastemma libera e non sto sudando e correndo con loro, io devo dare il mio contributo, io ci devo essere, il mio cuore deve essere lì con quegli undici pazzi che mi fanno saltare le tempie. E queste cose contano: i residenti in Campania erano persone non gradite allo Juventus Stadium, eppure c’eravamo lo stesso, perché se migliaia di persone mollano tutto quello che stanno facendo e vi vengono a salutare prima della partenza è per dirvi qualcosa, accidenti a voi undici e passa pazzi – per non parlare dell’allenatore – , per ricordarvi che non siete soli. E Sarri lo sapeva: “Chi non c’era ieri a Fuorigrotta non può capire, questa è la squadra di un popolo, non potete capire, non potete capire”, non smetteva di ripeterlo ieri sera, davanti alle facce di cera dei commentatori Sky lividi (tranne Zola che se la godeva un mondo) notoriamente tutti juventini. Che ’ntender non la può chi no la prova, come scriveva un suo illustre conterraneo. Non potete capire che significa essere la squadra di una città che ha una sola squadra. Una città che ieri era a Torino anche se non c’era. Miracoli del dio del calcio. Quell’insensibile.

 È così che si dà l’anima, in campo, contro una squadra chiusa e indolente, presuntuosa nonostante non abbia fatto neanche uno straccio di tiro in porta, giocando bene, lucidamente, con stile e solidità.

Vincere ieri sera con un gol di testa, noi, che di giocatori alti ne abbiamo solo due, dopo che con un gol all’ultimo minuto sono stati sbattuti fuori dalla Champions da quelli che li avevano buttati fuori in finale l’anno scorso… sono quelle deliziose coincidenze che ti fanno capire che forse un dio del calcio c’è: dispettoso, feroce, beffardo come tutte le divinità, ma c’è.

E ora c’è la festa, c’è Napoli vestita da capodanno, la fila in aeroporto per aspettare gli eroi, e da lunedì la costruzione della nuova partita.

La responsabilità è ancora più grande, ma non temete, come ieri sera, come in quella vecchia canzone, non camminerai mai da solo. Perché se migliaia di persone mollano tutto quello che stanno facendo e ti vengono a salutare prima della partenza è per dirti qualcosa. Per dirti che siamo con te, e tu non devi mollare. Mai.

L'Autore
Serena Venditto
Author: Serena Venditto
Serena Venditto è nata a Napoli il primo agosto 1980, per festeggiare il compleanno della squadra. Ha pubblicato con la casa editrice homi scrivens la commedia rosa Le intolleranze elementari, E le commedie gialle Aria di neve e C'è una casa nel bosco, con protagonista il gatto detective Mycroft. Ama i gialli, ma sopratutto l'azzurro.

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