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Cinque metri

napoli atalanta ott 2019Da ieri c’è una distanza precisa, calcolabile, che determina la distanza tra un uomo e uno che non lo è. Fra il calcio come dovrebbe essere e come davvero è ed è diventato.

Da quello che è giusto e quello che fa schifo. La misura esatta è 5 metri: i 5 metri che il (purtroppo) arbitro Pietro Giacomelli non ha voluto percorrere per verificare al VAR il fallo da rigore di Kjaer su Llorente. Bastava percorrere quei cinque dannatissimi metri, sei, sette passi, non di più, per vedere con i propri occhi, perché lo poteva fare, anzi, lo doveva fare, invece di affidarsi a Rizzoli e Nicchi. Era lui l’arbitro, Giacomelli aveva il dovere di prendersi la responsabilità personale di quella decisione, sbagliata o meno che fosse, da cui è scaturita una ripartenza che non doveva esserci e un gol che non doveva esistere (perché peraltro anche in fuorigioco, secondo me). Il problema non è se il rigore c’era o no: doveva vederlo lui, senza delegare ad altri. E invece davanti alle proteste sacrosante dei giocatori e dell’allenatore, e dell’intero stadio, non solo non ha fatto quello che regolamento e coscienza gli avrebbero dovuto imporre, ma ha persino ammonito Ancelotti, che invece incitava i suoi a riprendere il gioco. Quando in campo e sugli spalti si è scatenato l’inferno avrebbe dovuto percorrere quei cinque metri: equivaleva a mettere in dubbio la sua decisione, a mettersi in discussione. Evidentemente non si fa, non è più di moda. Non fa comodo.

Cosa penso di Giacomelli non lo scriverò qui: gliel’ho urlato in faccia allo stadio fino a perdere la voce, glielo abbiamo urlato in trentamila, gli abbiamo detto cos’è, cosa fa, cosa sarebbe più adatto a fare, e anche di chi è figlio. Per la traduzione, lavorate di fantasia, non ce ne vuole assai.

E dire che ieri pomeriggio per un pareggio con l’Atalanta non dico che ci avrei messo la firma, ma quasi, soprattutto dopo la deprimente prestazione contro la Spal. Meno male che non ho potere di firma, perché dopo due minuti avevo già cambiato idea. Il primo tempo del Napoli è stato incredibilmente bello, per trenta minuti buoni l’Atalanta non ha toccato un pallone, mentre l’unico rimprovero che si può muovere agli uomini di Ancelotti è di aver sprecato troppi palloni, almeno tre, quattro tiri buoni che potevano farci andare verso l’intervallo tranquilli. Nonostante l’infortunio di Allan, che pare non sia grave come quello di Malcuit, speriamo bene.

Il gol di Maksimovic, il raddoppio di Milik, l’ingresso di Mertens che ha cambiato la faccia della squadra, perché lui è un giocatore così, che cambia la faccia delle partite. L’Atalanta, terza in classifica e dopo il pareggio ancora lì, è stata zero, ha fatto un unico tiro in porta, perché il primo gol è stato un errore – perché è umano pure lui – di Meret. Per il resto, non pervenuta.

Era un Napoli da serata Champions, insomma, il giorno del Natale maradoniano, sotto gli occhi di Marek Hamsik. Avevo anche escogitato un piano per riprendercelo: sostituirlo con Zielinski e rimandare lui in Cina, magari facendogli anche la cresta. Non se ne sarebbero mai accorti. Avrebbe funzionato alla perfezione.

E invece no. Hamsik riparte, e a noi restano la delusione, la rabbia e la nausea per un punto invece di tre, ma soprattutto per quei dannatissimi cinque metri.

L'Autore
Serena Venditto
Author: Serena Venditto
Serena Venditto è nata a Napoli il primo agosto 1980, per festeggiare il compleanno della squadra. Ha pubblicato con la casa editrice homi scrivens la commedia rosa Le intolleranze elementari, E le commedie gialle Aria di neve e C'è una casa nel bosco, con protagonista il gatto detective Mycroft. Ama i gialli, ma sopratutto l'azzurro.

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