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Il caffè dell’elefante

elefanteSi chiama Black Ivory Coffee ed è una sorta di “avorio nero”: una tipologia di caffè che ha raggiunto la vetta  del caffè più costoso al mondo e, come il Kopi Luwak, è nella classifica dei cibi più particolari.

Si produce nel nord della Thailandia e si tratta comunque di una qualità Arabica le cui bacche - come appunto avviene per il caffè Kopi Luwak (leggi qui) - vengono ingerite dagli elefanti e poi raccolte dalle loro feci. Il caffè recuperato (da 33 kg di bacche date all’elefante si ottiene solo 1 kg di chicchi), viene raccolto, lavato essiccato e spedito a Bangkok per essere tostato. Questo è quanto sostiene Blake Dinkin, l’imprenditore canadese che ha fiutato l’affare, l’inventore del metodo. Egli definisce lo stomaco dell’ elefante il segreto del  particolare gusto che, influenzato dall’azione degli enzimi digestivi che rompono le proteine del caffè, permettono di ottenere una bevanda meno amara. Per la digestione dei chicchi possono volerci dalle 15 alle 70 ore, tempo durante il quale i chicchi subiscono una fermentazione simile a quella delle uve per la produzione di vino. È tra i caffè più costosi del mondo e può arrivare a costare cifre astronomiche al chilo. Il primo lotto di 700 kg del prezioso caffè è stato venduto in Thailandia e a Dubai a un prezzo di circa 1100 dollari al chilo.

Gli appassionati possono però gustarlo anche in qualche resort esclusivo come quelli della catena dell’Anantara Hotel (in Thailandia, Cambogia, Cina, Indonesia, Maldive, Mozambico, Qatar, Sri lanka, Emirati Arabi, Vietnam e Zambia) dove una tazzina costa 50 dollari. Anche in questo caso , come per i poveri zibetti, gli elefanti subiscono delle costrizioni sia alimentari che di movimento.

 Ora al di là delle facili battute è lecito spendere 50 dollari per bersi un caffè di elefante, di zibetto o di chissà quale futuro animale?  E se la moda del caffè alla cacca è diventato un must sia in Asia che in Sud America, altri paesi si stanno aggiungendo alla lista. Nella regione dell’Espirito Santo, nella parte sudorientale del Brasile si stia pensando, appunto, di utilizzare la cacca dell’opossum e di un uccello denominato Jacus, particolarmente ghiotto di bacche di caffè.

E in Italia? Forse questa nuova moda non tarderà a prendere piede nella Patria del caffè… E magari scopriremo che siamo un Paese ricco e non lo sappiamo.  

L'Autore
Author: Guglielmo Campajola
Napoletano verace e figlio d’arte con esperienza nel campo della ristorazione da oltre 40 anni, è esperto nell’attività di banqueting congressuale e conviviale. Gestisce il brand Gran Caffè la Caffettiera di piazza dei Martiri, ormai storico locale da oltre 35 anni. Appassionato del caffè e dei suoi attrezzi, è fondatore del piccolo museo del caffè.

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