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Agalma: dietro le quinte del Mann

AgalmaAgalma, in greco antico "ornamento", ma anche "statua", "immagine", "simulacro". Doriana Monaco col suo primo cortometraggio girato al MANN e selezionato a Venezia77 racconta l’arte della lentezza.

Le attività di ordinaria manutenzione del MANN (il Museo Archeologico Nazionale di Napoli), catturate nel loro svolgersi da una serie elegante e asciutta di piani fissi. La macchina da presa si addentra, con discrezione e rispetto in un edificio che è sede di conservazione di reperti fragili, da preservare e trattare con delicatezza; e al tempo stesso un'entità pulsante, un corpo vivo che si rinnova di valori ad ogni nuovo sguardo. È la stessa idea sottesa alla direzione artistica del museo: un luogo che non sia elitario, ad uso esclusivo di studiosi e ricercatori, ma una realtà aperta non solo a ciò che si definisce genericamente come pubblico, ma in senso più ampio è la comunità umana. Che porti a riconoscersi, attraverso l'arte, parte di una famiglia più ampia e infinitamente ricca di significati.

Prodotto da Antonella Di Nocera (Parallelo 41 Produzioni) e Lorenzo Cioffi (Ladoc) con il Museo Archeologico Nazionale di Napoli diretto da Paolo Giulierini, vede la produzione esecutiva di Lorenzo Cioffi e Armando Andria, con il contributo di Regione Campania e la collaborazione di Film Commission Regione Campania Agalma è frutto di tre anni di lavoro sulla quotidianità di uno più importanti musei del mondo.

L'esordiente Doriana Monaco (1989), già assistente alla regia di Edoardo De Angelis in Perez, ha sviluppa un progetto nell'ambito di FilmaP Atelier di cinema del reale di Ponticelli.

Ha avuto l’opportunità di collaborare con uno dei registi più apprezzati degli ultimi anni, Edoardo De Angelis in Perez…

In Perez ho fatto l’assistente alla regia, qualcosa di molto diverso da fare regia, in quell’esperienza ho imparato molto più sulla produzione, i contatti, i casting. Ho appreso la parte tecnica e meno creativa di un prodotto cinematografico ma che ti insegna a stare sul pezzo. Nei momenti liberi andavo sul set per osservare il lavoro di De Angelis: è uno dei registi più interessanti in questo momento.

Quanto è stato importante per lei frequentare la scuola FilMap?

Prima avevo realizzato solo qualche corto da autodidatta. Dopo l’Università, dove ho studiato storia dell’arte, ho seguito la scuola di Ponticelli per un anno e mezzo mi ha fatto immergere nel mondo del documentario in modo pratico: dal primo giorno hai una camera in mano e devi andare a riprendere la realtà. Il contatto diretto con il mezzo filmico e la riflessione su come filmare la realtà sono stati fondamentali per me. Agalma nasce dal mio amore per l’archeologia: quando nella seconda parte della scuola dovevamo sviluppare un’idea di documentario ho pensato di portare una storia che riguardasse le opere d’arte dell’antichità.

Per i giovani che si occupano cinema è un momento fortunato perché tante produzioni si sono spostate a Napoli.

Quella del museo sembra una realtà statica e difficile da raccontare in modo accattivante attraverso il mezzo filmico. Come c'è riuscita?

Il fuoco iniziale era avvicinarmi all’elemento materico delle opere del mondo antico che sono tornate in superficie in modo non compiuto e frammentario nel tempo, così come il tempo è necessario per restaurarle. Grazie alla grande disponibilità dell’amministrazione ho potuto frequentare i laboratori di restauro e ho scoperto che il mondo del Museo è il contrario dell’immobilità, anzi è un vortice di arrivi, partenze, spostamenti di opere e persone.

Agalma Vanezia

Ha compiuto la scelta coraggiosa di usare piani fissi.

Inizialmente è stata una decisione più legata ad una fase di studio in cui mi sono data da sola delle restrizioni che mi aiutassero a trovare una chiave di osservazione, ma mi sono resa conto che il piano fisso era ideale per mettere in evidenza tutto ciò che si muoveva intorno alle opere, le situazioni create da visitatori e restauratori. Contrariamente all’idea che l’opera d’arte non si può toccare ho voluto che l’occhio della camera sorpassasse, quasi toccasse le opere dando la possibilità a chi guarda di entrare in una relazione fisica con esse. Appena cercavo di cambiare stile il film cambiava pelle perciò non ho mutato l’intuizione originaria e l’effetto che ho ottenuto è tutt’altro che freddo.

C’è qualcosa che non era programmato, che emerge dal film a sua insaputa?

Il tema emerso a mia insaputa è proprio quello del Museo quale cantiere materiale e immateriale in movimento. Con la direzione di Giulierini c’è stata una forte apertura alla città, tanto che il MANN è quasi un prolungamento della strada, come una chiesa che si affaccia sulla strada viene quasi automatico entrare dentro. Grazie allo sforzo di organizzare una serie di iniziative, dai concerti, agli incontri culturali, oggi si avvicinano al Museo oltre ai turisti si avvicinano all’arte antica i cittadini. Tutto questo è diventato parte del racconto.

Per chi non è abituato, riconoscere e apprezzare la bellezza non è facile. Questo film traccia una strada?

C’è una riflessione sulla lentezza, sulla necessità di fermarsi a guardare le opere che può essere allargata in generale a tutte le cose della vita. Agalma è un film sullo sguardo della camera, e quindi dell’osservatore che si riflette nello sguardo delle persone che lavorano nel Museo, ma è anche un film sulla ricerca dello sguardo delle opere, che è come se ci guardassero.

È entrata nel mondo del cinema dalla porta principale, con Venezia. Quali sono i suoi prossimi progetti?

Riuscire ad andare a Venezia con la mia opera prima è stato molto emozionante. Sebbene il festival si sia svolto in modo meno festoso del solito è stato interessante che il focus di quest’anno delle Giornate degli autori per le quali è stato selezionato Agalma fosse proprio quello sui film che raccontano la relazione con l’arte. Ora sto riflettendo sulle idee per un prossimo progetto, le forme d’arte sono uno dei temi che mi interessa e su cui penso che proseguirò la mia ricerca.

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