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Dov’è finito il consumo critico?

eatalyIn principio fu Gran Gusto in via Marina, oltre 1000 mq dove trovano spazio pizzerie, ristoranti, bar, e un mercato dove acquistare prodotti controllati, eccellenti, dal sapore unico.

Era il 2012 e Napoli sembrava accogliere la richiesta di un polo enogastronomico che rispondesse tanto a un bisogno occupazionale quanto a quello di prodotti dalla provenienza sicura. A rafforzare questo bisogno, dopo due anni, e a pochi metri di distanza da Gran Gusto arriva anche Eccellenze Campane che con l’idea di promuovere e valorizzare le eccellenze agroalimentari direttamente dal produttore al consumatore, nella logica della filiera corta, senza passaggi intermedi, concentra in un’unica struttura le migliori produzioni regionali. A un anno esatto dal secondo, fortunato esperimento che unisce la qualità, la tipicità, la cultura e la tradizione delle produzione agroalimentari alla sostenibilità e all’accessibilità economica, arriva Eataly, conosciuta ancora la sede, noto il ‘format’:chi è stato a Torino, a Milano, a Roma, a Bari, non farà fatica a ricordare quel paradiso per golosi (cui Gran Gusto strizza evidentemente l’occhio) che allarga la sua offerta davvero a chiunque, dai bambini, cui sono destinati interi settori, corsi di cucina, iniziative ludiche, al pubblico –ormai sempre più nutrito- di coloro che soffrono di intolleranze alimentari.

Un terzo enorme polo enogastronomico per una città che sfiora il milione di abitanti e che ancora conserva, soprattutto nei quartieri più popolari, la vecchia sana affezione campanilistica a panettieri, fruttivendoli, macellai di quartiere. Come nasce e perché si sviluppa un fenomeno di tale portata? È forse la risposta ‘macro’ ai cari vecchi ‘gruppi d’acquisto’ che qualche anno fa sembravano dover esplodere? Decine di famiglie sceglievano di aggregarsi per fare acquisti in grosse quantità, direttamente dal produttore, favorendo in questo modo l’attività dei piccoli agricoltori e allevatori (diversamente succubi delle grande aziende) che attivavano all’occorrenza coltivazioni biologiche, in risposta al fenomeno ‘Terre dei Fuochi’, alla crescente paura dell’inquinamento ambientale e della eventuale ricaduta di sostanze tossiche negli alimenti. Una vera emergenza che la Campania ha seguito dal 2008 (oltre 2000 i campionamenti fatti da allora) e in risposta alla quale è stato anche varato un ’bollino di qualità’ che certifichi appunto la qualità dei terreni e dei prodotti che sono coltivati nella Terra dei Fuochi. Che fine hanno fatto –dunque- tutti quei consumatori ansiosi di spender poco e conoscere la provenienza di quello che mettevano in tavola? I grandi poli enogastronomici rispondono effettivamente alla vecchia esigenza primaria di solidarietà, consapevolezza, consumo critico e dignità del lavoratori? 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

L'Autore
Sarah Galmuzzi
Author: Sarah Galmuzzi
Giornalista, mamma, grafomane, gattara, storica dell'arte, non necessariamente in quest'ordine, polemica fino alle bolle, odia le sopracciglia ad ala di gabbiano e i sottaceti, ma ama praticamente tutto il resto, soprattutto gli accessori king size. A memoria d'uomo nessuno è uscito vivo da una discussione con lei.

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