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Il Cinema in valigia

circelliSarà che è cresciuto in campagna, sarà che ama il silenzio, sarà che ha un volto antico, Giovanni riporta in quest'epoca facce di altri tempi e sui treni il suo cinema muto.

Giovanni Circelli è uno dei giovani registi che esporrà Chapeau, uno dei suoi corti, nella vetrina del Napoli Film Festival, sabato 3 ottobre alle 16.30 al Metropolitan, in via Chiaia 149, nella sezione Schermo Napoli.
Tre minuti di bianco e nero muto che raccontano la storia di un artista di strada, un mimo che vive tra i vicoli di Napoli. Lo spettatore compie nei brevi film di Circelli un viaggio silenzioso in un tempo antico e visionario eppure attuale nella sua precarietà. Sono corti drammatici e ironici al tempo stesso, come forse solo Chaplin riusciva a fare. Non è solo il bianco e nero, a rapire è l'atmosfera creata dal regista che gira da solo con una piccola macchina fotografica e poi, sempre da solo, monta.
Merito dei personaggi-attori dice lui. "Sono volti dal gusto retrò, maschere talvolta grottesche, che appartengono a un'altra epoca, io non faccio altro che riportarli in quell'epoca facendoli vivere sulla pellicola. Sono loro che mi hanno fatto scoprire il cinema muto".
I protagonisti dei corti sono senza dimora, contadini, pescivendoli, manovali, bidelli, anziani, persone semplici dai volti intensi che lavorano con le mani e che puntualmente svelano di aver avuto il sogno di diventare famosi con il cinema.
E' il caso di un pescivendolo che nel corto "Messa a fuoco manuale" diventa un fotografo che immortala pesci o dei due clown artisti di strada che si rincorrono in "Naso di legno", o dei saltimbanchi da circo di "Teatranti" ambientata in un carrozzone nella pianura padana di un falso '600. Le ambientazioni sono sempre magiche, rarefatte, spesso l'ispirazione parte da luoghi abbandonati ed evocativi, dai casali di campagna ai vicoli di Napoli.
La poesia dei corti ricorda Fellini e Pasolini, lo hanno riconosciuto lo stesso  Ermanno Cavazzoni, che ha sceneggiato l'ultimo film di Fellini, e il regista Gianfranco Barberi.
Come Pasolini, Circelli ama scegliere i suoi attori per strada, come i senza dimora di "Muti persi" o di "Calura" dove un senza casa spia, emozionandosi, una donna che improvvisa uno spogliarello su un pianerottolo. "Il primo impatto è il silenzio, i senza casa sono dipinti di silenzio, sebbene il volto e il corpo comunichino tante cose. Poi ci parli, scatti una fotografia e piano, piano instauri rapporto di fiducia. Quando faccio le proiezioni e li invito ritornano ad avere una loro dignità, ad avere un volto, a sentirsi protagonisti. Nel mio piccolo sono contento che il mio cinema in valigia abbia questa funzione".
Si, perché non troverete i corti su YouTube e l'unico modo di vederli è (a parte festival o serata organizzate) in strada.
Giovanni porta il suo cinema in giro in una valigia, sui treni, nelle stazioni. Quando incontra qualche persona interessante apre la valigia e accende il pc portatile per una visione (con tutto il portato immaginifico del termine) dedicata e personalissima.
Il cinema in valigia è iniziato quando Giovanni lavorava a Bologna come restauratore e faceva su e giù sull'intercity. Nove lunghe ore dedicate all'incontro dell'altro e alle visioni. "Realizzare corti mi rendeva e mi rende vivo, mi appagano di tanti momenti di difficoltà". Una vita precaria quella di Giovanni, che si rispecchia nella precarietà dei suoi attori, di chi non è "figlio di", ma è nato e cresciuto, arricchendosi di natura, in campagna e con le galline e altri animali improvvisava circhi, poi l'Accademia, poi il mimo in strada e l'attore (il suo volto è una delle "apparizioni" del film appena uscito "Per amor vostro") e poi la voglia di stare dall'altra parte della camera. Di raccontare il silenzio. "Il silenzio pieno, dove i gesti comunicano- dice-. Oggi la contemporaneità e il cinema sono spesso fatti di rumore, si esalta la violenza e la cattiveria, la velocità. Non c'è più il cammino dell'uomo verso la spiritualità, ma un'involuzione, un abbrutimento. Voglio recuperare il silenzio denso dell'infanzia, di epoche in cui si viveva l'emozione di costruire le cose". Un tempo più lento e più umano, come quello che dovremmo recuperare tutti, quello che Giovanni ci ha messo, 6 mesi, per raccontare la storia della rivolta di un polpo, andando ogni mattina a trovare i pescatori di Mergellina.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

L'Autore
Alessandra del Giudice
Author: Alessandra del Giudice
Sociologa, giornalista pubblicista e appassionata di fotografia, è specializzata nel giornalismo sociale e di viaggio.

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