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Io penso che…

io penso cheDire ciò che si pensa. Semplice? No. Non in questi tempi frettolosi e massmediatici. Perciò Emilio Porcaro, architetto e fotografo napoletano, ha ideato e realizzato il progetto fotografico “Io penso che”.

Dire ciò che si sente, guardare negli occhi l’altro e comunicare? Sembra semplice, ma non lo è. Non più almeno. Più facile nascondersi dietro uno schermo, costruirsi un’identità fantoccio, nascondere ciò che si prova e si desidera, anche a se stessi. E’ partito da tutte queste considerazioni, nonché dall’aver sperimentato sulla sua pelle la delusione di un rapporto umano poco umano, Emilio Porcaro, giovane architetto con la passione per la fotografia e la voglia di ritornare ad una comunicazione più autentica. “Spesso siamo troppo presi da questa vita frenetica- racconta Emilio- la precarietà ci porta alla rincorsa alla sopravvivenza e non c’è tempo per dedicarsi alle relazioni. Ecco che ci lasciamo sfuggire l’essenziale: una riflessione che potrebbe aiutarci a capire meglio una situazione, a risolvere un problema, a capire realmente cosa ci può rendere felici o semplicemente rendere possibile la comunicazione”.
Nel gennaio del 2015 Emilio decide di chiedere ad amici e conoscenti di scrivere su un foglio il proprio “Io penso che” e poi di farsi fotografare. Ma inizia anche a chiedere la stessa cosa a sconosciuti per strada proprio per testare se le persone riescono a superare il timore  di guardare il prossimo negli occhi e raccontarsi. Scommessa vinta.
A metterci la faccia e pure il cuore in tanti, non solo a Napoli, ma anche a Firenze, a Milano, a Londra. Tanto che Emilio ha coinvolto amici e conoscenti appassionati di fotografia che lo aiutano a raccogliere, secondo i criteri stabiliti e sempre gratuitamente, le immagini delle persone (Guido Boldoni, Guglielmo Verrienti, Mario Falco, Linda Russomanno, Federica Cilento per l’area di Napoli. Eleonora Litta e Fabrizio Colucci per l’area di Firenze Alberto Sicoli per l’area di Milano). “Non mi piaceva limitare il progetto a Napoli - chiarisce Porcaro-, il pensiero è ovunque e di tutti, da qui, quindi la volontà di eseguire scatti in varie città, creando una “rete” che permetta la condivisione e la lettura di più pensieri in più luoghi, anche all’estero.
“La ricerca- chiarisce il fotografo-, tramite la fotografia, è quella di esprimere concretamente qualcosa di interiore  o personale. Qualcosa che sia semplice, che spesso viene confuso con la banalità, ma che di fondo è ciò che delinea l’identità umana. I messaggi che abbiamo raccolto sono sempre positivi o propositivi, c’è una grande voglia di riscatto che credo sia legata alle difficoltà enormi che incontrano oggi i giovani per realizzarsi. Nei pensieri dei napoletani c’è maggiormente l’elemento “città” e il desiderio che cambi in meglio.
A Londra ho raccolto messaggi che raccontano la possibilità di realizzare sogni che in Italia non erano pensabili, ma anche molti messaggi nostalgici di chi sarebbe voluto tornare indietro nonostante avessero raggiunto una sicurezza economica all’estero. Questo fa comprendere quanto “casa” sia dove si nasce e si hanno le radici”.
"Non saremo mai cosi lontani da essere irraggiungibili" ha scritto un ragazzo italiano che vive a Londra.
L’uso del bianco e nero serve a dare maggiore importanza ai pensieri scritti sul foglio nonché a restituire profondità alle espressioni del volto, mentre la scritta è a colori poiché anche il colore scelto da ognuno (Emilio gira con una scatola di pennarelli) dice qualcosa in più dei singoli soggetti.
Il progetto è stato accolto con entusiasmo e approvazione: hanno aderito anche personaggi pubblici: musicisti, amministratori, attori, registi. “Si corre meglio cà panza vacante” ha scritto Roberto Colella del gruppo La Maschera; “La passione è l’anima di Napoli”, il sindaco Luigi De Magistris.
Nei 500 “Io penso che” spesso il codice utilizzato è quello ironico, come nel caso del simpatico: “San Gennaro deve stare sciolto” oppure filosofico: “Conservare il passato sia la strada per costruire il futuro" o “A volte cadere ti permette di vedere il mondo da un’altra prospettiva”.
Emiliano si è rivolto spesso ad associazioni e realtà culturali e sociali poiché il contatto con queste realtà  costruttive ha rappresentato per lui stesso un’esperienza di crescita.
“La vita è una- conclude-, se non si riesce a dare importanza alle relazioni e alla comunicazione che sono le cose essenziali, non so a cosa serva. Dal mio lavoro sta venendo fuori che abbiamo ancora una grandissima voglia di raccontarci ed essere ascoltati. Ciò di cui necessitiamo è solo di essere capaci di dar voce a noi stessi.
Il progetto “Io penso che” sarà in mostra con una ventina di foto al teatro Bellini di Napoli dal 10 marzo alla fine del mese.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

L'Autore
Alessandra del Giudice
Author: Alessandra del Giudice
Sociologa, giornalista pubblicista e appassionata di fotografia, è specializzata nel giornalismo sociale e di viaggio.

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