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L’estate fredda dei vivi

COCCINELLA estate fredda dei viviNovembre... di nuovo un tempo senza tempo.

Siamo un’altra volta dopo vari mesi in lookdown a vivere nel tempo sospeso e i momenti diventano distillati e preziosi, si fanno riflessione e domanda.

La vita non è più quella di prima e ci si chiede se mai tornerà ad esserlo, di sicuro sembra essersi rarefatta la leggerezza, come dice il filosofo Galimberti viviamo in un’angoscia esistenziale che non è paura, alle prese con i nostri fantasmi più reconditi.

Siamo soli e non solo perché reclusi nel guscio delle nostre case, soli perché abbiamo sostituito alla vita reale una vita virtuale, soli nei nostri universi iper tecnologici dove ci sembrava di aver catturato il segreto dell’immortalità, soli nella mancanza di una vera e solida vita di comunità che ormai sembra persa da tempi imprecisati.

Ci sono ancora luoghi dove il patrimonio umano e vitale sembra intaccato, quei luoghi dell’entroterra meridionale, la terra dei paesi, dove la vita sembra scorrere su altri binari, ma anche lì il vento del finto progresso tecnologico sembra aver sparigliato le carte.

Un tempo non era così.

Nell'entroterra lucano, misterioso, atavico, antico, terra amara come la povertà, dura e inattaccabile come il diamante purissimo, mistica e sacra come le Madonne nere che si celebrano in quelle contrade, integerrima e rocciosa come i paesaggi brulli, intatta perché non toccata né contaminata dal progresso e dalla civiltà, vivono ancora piccole comunità al di là del tempo, le vecchiette cantano alla processione del santo patrono vestite con abiti “antichi”…

Qui l’aria ferma e rarefatta ha qualcosa di selvaggio... Qui dove la neve è ancora neve e il vento ancora vento ci sono piccoli cimiteri di campagna, autentici luoghi di pace...

Pasolini qui girò “Il vangelo secondo Matteo” proprio perché attratto da quel sapore primordiale dove convivono bene e male senza distinzione, dove non c'è spazio per la visione manichea, tra quei sassi dove si dormiva nello stesso spazio col bue e l’asino come nell'antica grotta di Betlemme.

Un tempo in queste contrade c’era il culto dei morti. Quel culto che affascinò Henri Cartier Bresson che riuscì a immortalarne alcune immagini strappate al vuoto.

Quando qualcuno moriva nel mondo contadino c’era ad accompagnare il morto tutta la piccola comunità rurale che si stringeva intorno al corpo e alla famiglia e c’erano le nenie funebri, veri e propri epicedi rubati al mondo greco, narrazioni del dolore e insieme del “consuolo” con cui attraverso danze, canti e drammatizzazioni si ricordava la vita del defunto, si celebrava e si eternavano gli affetti e la memoria.

Era un rito del passaggio che serviva a fare da ponte tra il Visibile e l’Invisibile, tra il mondo di sopra e il mondo di sotto come lo chiamavano i contadini.

Una volta era morto un ragazzo e la madre lo ricordava piangendo e componendo per lui una canzone che aveva il sapore di un’autentica poesia, ritmata, che la donna accompagnava con i gesti del ricordo.

In dialetto quella mamma cantava “Ohi pietra di zucchero che portava nel ventre tua mamma...” e poi da lì iniziava a raccontare e a mimare i primi passi del bambino, le prime scoperte “e ti ricordi quella volta che tattaranno (in dialetto significa papà) ti prese in braccio?... E ti ricordi la casa di zia Nina che faceva il pane? Ohi pietra di zucchero, pietra dint’ u cor...”

Poi continuava a mimare piangendo il bimbo che giocava, che saltava, che le correva incontro e lei che lo abbracciava per un ultimo struggente saluto.

Il culto dei morti e il consuolo della Comunità.

Si piangeva insieme, si faceva fronte comune all’angoscia del vivere, al vuoto, come scrive Ernesto De Martino in “Morte e pianto rituale nel mondo antico. Dal lamento funebre antico al pianto” era un vero e proprio “pianto antico”, una lamentazione precristiana sui defunti, dove l’esistenza dell’uomo, in bilico tra l'affermazione della propria individualità e la messa al confronto col vuoto, con l’angoscia della labilità in cui si è costretti a vivere, trova conforto. Quando tutto sembra dissolversi e andare nell’Inesistenza, la morte o la paura della morte è l'evento che può aprire la crisi senza orizzonte, il processo di estraniazione e negazione…

Si nega la morte perché non si è in grado di carpirne il senso.

E noi siamo una cultura trasversalmente fondata sulla “negazione della morte”, non più intesa come processo del vivere, ma come tabù da occultare e sostituire con il divertimentificio ininterrotto.  

L’uomo primitivo conosceva il controllo rituale del patire, il pianto collettivo, il rito, l’epicedio, dove insieme alla Comunità si trasformava l’ombra della morte in ombra protettrice.

Oggi cosa ci rimane?

Può una piazza virtuale fare da contenimento all’angoscia e al senso di vuoto?

Estraniati e soli, ridotti a avatar siamo costretti a sostituire la carenza di senso e la carenza ontica con la rabbia, con la vis polemica e la lite da tastiera.

“È l’estate fredda dei morti”, direbbe Pascoli...

Ma noi restiamo vivi. Se solo lo vogliamo.

Ph di Henri Cartier Bresson

L'Autore
Chiara Tortorelli
Author: Chiara Tortorelli
Creativa pubblicitaria, editor e scrittrice, vive a Napoli dove inventa nuovi cultural life style: come presentare libri in maniera creativa e divergente, come scrivere i libri che ti piacciono davvero, come migliorare la creatività e il benessere personale con metodologie a metà strada tra stregoneria e pensiero laterale. Il suo ultimo libro è “Noi due punto zero” (Homo Scrivens 2018). Cura per Napoliclick la rubrica “La Coccinella del cuore”.

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