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I ragazzi e il loro disperato bisogno di normalità

COCCINELLA I ragazzi e il loro disperato bisogno di normalitaCovid: allarme di suicidi tra gli adolescenti.

Boom di tentativi di suicidio tra bimbi e ragazzi a causa del Covid-19. Tra le carenze scuola e sport.

Bari, bambino morto impiccato: si indaga per istigazione al suicidio sui social. 

Dove stiamo andando? Dove stanno andando i ragazzi?

Da quasi un anno ormai sembrano essere loro le vere vittime di questi tempi, al di là del facile luogo comune che li vede nei panni degli untori, alle prese con la strombazzata movida, cresce in loro il disagio e il malessere esistenziale.

Spesso nel discorso semplicistico che li vuole irresponsabili e indiretta causa dell’aumento dei contagi appare il paragone obsoleto con i tempi della guerra.

“Ne hanno passati i nostri nonni di tempi difficili… Allora c’era la guerra, oggi c’è il divano…” dimenticando in questo facile luogo comune che i nostri nonni vivevano in un contesto solido di valori umani, sociali e familiari, dove la vita era vita anche se precaria, mentre il divano esemplifica e caratterizza una non vita, quasi una pre morte, dove non solo la grande assente è l’esistenza stessa in tutte le sue sfumature, corporee, esperienziali ed emozionali, ma il vuoto di futuro, di valori e di progetti è inghiottito interamente dal virtuale cioè dal non sense… Tutto questo ha il potere di annientare una psiche ancora vergine.

Certo, il virtuale già faceva parte della vita dei nostri giovani, con le esasperanti connessioni finte con fantasmatici altri e le disconnessioni da se stessi e dalla realtà, ma adesso a questo mondo di immagini incorporee non c’è nulla che fa da contraltare.

Catturati da un mondo virtuale finto e per questo ancora più aberrante e pericoloso i ragazzi sono avviluppati in un vortice che risucchia simile a una dipendenza da eroina, un mondo dove vivono i selfie, immagini idealizzate di sé, dove si seguono influencer, dove si assaggia la vita con giochi e prove al limite senza minimamente capirne la portata, dove tutto si gioca nella mente, quindi in una specie di labirinto gelido che non può “contenere” e che genera follia.

In questa prigione allettante perché piena di possibilità, dove basta un’applicazione e puoi essere una gran figa e proiettare il tuo avatar Barbie nel mondo (virtuale!), noi adulti siamo banditi.

I genitori non sanno, non vedono, ma non perché sono poco amorevoli o assenti, non possono vedere perché lì dentro siamo monadi, ognuno gioca il suo gioco e quel gioco è imperscrutabile anche agli occhi delle persone più care.

Cosa fare allora?

Ciò che serve davvero è la vita vera in sostituzione della dose di eroina.

Poco possono i genitori se manca la comunità reale e quel supporto alla normalità e alla socialità costituiti dalla scuola e dallo sport, dalle amicizie in carne e ossa, da un filarino vivo e presente, dal dialogo vero, dal corpo che si muove e vibra.

Ben venga allora la scuola finalmente in presenza.

Malgrado infatti gli insegnanti si siano spesi per far funzionare la Dad al meglio, e molti siano riusciti a stare comunque vicino ai ragazzi e a continuare adeguatamente l’iter formativo, qui non c’entra molto la didattica vicina o lontana, c’entra il diritto quando si è ancora in crescita alla vita, a quella necessaria normalità, a quel poter vivere le esperienze e il corpo.

La scuola, dopo che la socialità e lo svago sono stati affidati a uno smartphone, rappresenta un’area protetta, uno dei luoghi ancora deputati all’esperienza reale, non ci si va solo per apprendere di Dante, Petrarca o Boccaccio… Al di là degli insegnanti, a scuola si sperimenta la vita.

Sperimenti la vita quando cammini per andare a scuola e sei in ritardo e senti il cuore battere, quando discuti con quel compagno che non sopporti guardandolo negli occhi e poi ci fai pace, quando guardi di sottecchi quella compagna che ti piace e lei a un tratto di nascosto ti sorride e il cuore batte all'impazzata, quando vorresti scappare e ti annoi ascoltando la prof che straparla, quando hai paura di essere interrogato e poi passa, quando suona la campanella e ti butti correndo giù per le scale, quando ridi e scherzi, quando cadi e poi ti rialzi.

Questo non è sostituibile da una Dad dietro lo schermo, per quanto si possa creare rete, sostegno attraverso la parola, la vita non è un'esperienza mentale, è prima di tutto un’esperienza corporea… Togliere questo a un bambino o a un ragazzo significa togliergli qualcosa di fondamentale come l’aria che respira.

I ragazzi non sono Sofficini, non si può mettere la loro crescita nel congelatore per un anno. “Frattanto” che si trovano cure al Covid, che si esce dal rischio, frattanto che si proteggono i nonni, loro frattanto dietro uno smartphone o un videogioco perdono lo spessore del sentire, rischiano di uscire da quel freezer senza più un’anima che è la cosa peggiore.

Urge quindi una riflessione basilare.

Si può per tanto tempo annullare il corpo per difendere il corpo?

Questa difesa apparente si chiama morte. Emotiva, psichica, esistenziale.

Anche se siamo preoccupati per la “salute fisica” dei nostri figli spetta a noi come collettività farci indietro, riformulare le priorità e regalare al loro futuro non solo protezione ma speranza.

L'Autore
Chiara Tortorelli
Author: Chiara Tortorelli
Creativa pubblicitaria, editor e scrittrice, vive a Napoli dove inventa nuovi cultural life style: come presentare libri in maniera creativa e divergente, come scrivere i libri che ti piacciono davvero, come migliorare la creatività e il benessere personale con metodologie a metà strada tra stregoneria e pensiero laterale. Il suo ultimo libro è “Noi due punto zero” (Homo Scrivens 2018). Cura per Napoliclick la rubrica “La Coccinella del cuore”.

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