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Donna ingombrante (Luna di sera)

donnaingViaggiavamo insieme agli uccelli che solcavano indifferenti il cielo, fu allora che ti chiesi sollecita come stavi ma tu così ingombrante, così piena di te, delle tue cose, continuavi a non vedere che il tuo perimetro isolante e neanche mi rispondevi.

Tu così ingombrante continuavi a parlare e a spiegare le tue ragioni, ti vestivi e poi ti truccavi e poi ti vestivi ancora perché non fosse meno che manifesta la tua presenza, ed eri tutta un luccichio di luci sfavillanti e di tacchi e profumi e parlavi e parlavi mentre il sole scompariva tra i monti, mentre si faceva sera, mentre il sipario calava e tu neanche te ne accorgevi e continuavi a mendicare un applauso, un brindisi ancora, e non ti accorgevi di chi era lì sullo sfondo simile a uno spillo o simile a un mobile ridipinto. Tu parlavi e ogni parola sapeva di vuoto, tu parlavi e tutto scompariva, tutti noi scomparivamo, c’era chi diventava pulviscolo pronto a sbiadire, c’era chi finiva in un angolo per non disturbare, chi finiva appiattito sulla parete per sfuggire al tuo vociare impietoso, chi affondava in un glu glu vorticoso nel lavello dei piatti per non prendere spazio. Quello stesso spazio pieno di te, grondante.

“Tutto quello che ho fatto per te...”, dicevi a tutti, a Tizio, a Caio e a Sempronio e anche in questo c’era molto da dire, ribattere, mettere il punto. Ma il tempo passava e pesava soltanto il fiume delle parole. Un fiume in piena che inondava tutto, che inabissava, più cieco di una cascata. Tu parlavi.

Più parlavi, più intorno a te si faceva il vuoto, la gente fuggiva, si contava il numero delle sparizioni, chi non rispondeva al telefono, chi si trasferiva a Timbuctu, chi cambiava casa e nome e identità. Storditi, in preda a un attacco di demenza improvvisa correvano in cerca di pace con la flebo attaccata al braccio.

Frattanto il tuo bla bla inarrestabile prosciugava il tempo che si faceva denso, blablabla… un cicaleccio continuo fatto di frasi di cui si stentava a capire il senso, ma il senso non c’era, era tutto un fritto misto di retorica, sentenze didascaliche, strategie lacrimose per salvare il mondo, con l’armatura di Giovanna d’Arco. Eri quella che amava, l’unica che sapeva amare, e tutti gli altri dovevano solo farsi da parte per permettere all’amore quello con la A maiuscola di manifestarsi.

Eri una missionaria e non lo sapevamo, noi poveri esseri inebetiti eravamo solo infastiditi da quel fiume di parole, da quel gorgo con cui ci sottraevi aria e ti appropriavi del respiro, di un banco di nebbia, di un prato, persino del cielo.... tu parlavi.

Cosa cazzo parlavi a fare!

Il cuore stipato in ogni discorso, in tutte le virgole, preso a giustificazione delle mancanze, il cuore tradiva le attese, mentre il corpo si espandeva enorme, soffocante e viscido come la vagina di una Grande Madre.

Fu allora che le tue figlie stanche e tramortite da tutto quel nugolo di parole decisero. Per una sera ti avrebbero spento. Per una sera, una sola sera ti avrebbero oscurato, appannato, ridotto al silenzio.

Avevano concertato tutto. Solo per un po’. Saresti stata zitta solo per una manciata di ore. Ma tranquilla, anche se non parlavi, avresti avuto un pubblico, il tuo pubblico ad ammirarti, a scoprire da lassù la tua meraviglia. Per una volta silenziosa.

Per una volta zitta e muta. Luna.

L'Autore
Chiara Tortorelli
Author: Chiara Tortorelli
Scrittrice, editor e copywriter, vive a Napoli dove inventa nuovi cultural life style: come presentare libri in maniera creativa e divergente, come scrivere i libri che ti piacciono davvero al di là del marketing, come migliorare la creatività e il benessere personale con metodologie a metà strada tra stregoneria e pensiero laterale. Perché è sempre possibile (e lei ci crede) continuare a pensare con la propria testa.

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