mercoledì 18 SETTEMBRE 2019
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Quelle estati ruggenti

estate ruggentiLe estati di una volta erano un fotoromanzo, una scena al rallentatore, una fiamma nel cielo… Ed erano così: si andava puntualmente sempre nello stesso posto, stessa spiaggia, stesso mare, per ritrovare il sapore del tempo trascorso, delle amicizie ritrovate, degli amori estivi lasciati a riposare l’anno prima sotto il sole di settembre, e il sapore a volte aspro, delle cose perdute.

Si viveva sui balconi, a quei tempi, sulle sedie a sdraio da mare, a scambiare chiacchiere con i vicini fino a tarda sera. Erano i tempi in cui l’aria condizionata era un’illustre sconosciuta, non esistevano cocktail consumati ai baretti all’aperto, si faceva bisboccia low profile, consumando idrolitina o latte e menta in terrazza e Coppa Rica al caffè o all’amarena che si passava generosamente attraverso la ringhiera.

La Tv impazzava, si sentiva da lontano la musichetta del Festivalbar o dei film in technicolor, in genere musical degli anni Cinquanta con Fred Astaire e Ginger Rogers che ballavano il tip tap.

Qualche 500 pigra passava per strada, le Vespe sfrecciavano, si preparava l’insalata di riso da portare al mare il giorno dopo. No, non era l’insalata di riso nero con l’avocado, i gamberetti e il lime… era l’insalata di riso di mammà: quintali di riso bianco tradizionale molto condito, con wurstel, uovo sodo, pomodoro, tonno e maionese a fiume.

Si partiva per un mese esatto a fine luglio, con le macchine riempite fino all’orlo come se ci si dovesse trasferire in America e il portabagagli fissato con le corde al tettuccio di un’insolita e traballante 128.

Al mare si arrivava con l’ombrellone portato da casa che il bagnino si incaricava di fissare in un punto preciso della spiaggia, la radio accesa sintonizzata sulla canzone tormentone dell’estate, e gli intrugli prêt-à-porter per abbronzarsi, veri unguenti degni della Fata Morgana. Per sopperire alla coda di rospo e alla lingua di pipistrello ci si industriava alla men peggio: olio e un goccio di aceto o di limone, tè ristretto senza zucchero, a volte anche unguento di capra e per i meno fantasiosi il sempreverde Coppertone l’abbronzante (all’epoca si chiamava così…) con il mitico canino che denudava il sedere di una bimba.

Il bar della spiagga era il luogo degli appuntamenti e degli sguardi languidi.

Al jukebox si arrivava con le monete contate e si faceva la lista delle canzoni da mettere, poi ci si avvicinava con aria sognante al ballatoio e si lanciavano occhiate furtive ai ragazzi “del muretto” radunati in gruppo a bisbigliare e ad adocchiare la ragazza più carina della spiaggia.

Nascevano amori da film davanti al frigorifero dei gelati Algida, amori da fare invidia al “Tempo delle mele”, e se eri fortunata magari prima o poi compariva anche Pierre Cosso che ti sorrideva, ti faceva il filo e ti offriva una Coca Cola.

La sera poi era la volta delle feste e dei falò e della chitarra.

Si faceva una telefonata a casa, sempre se si trovava un telefono pubblico, quello a gettoni, e al falò c’era sempre lui, l’Actarus della situazione, con la chitarra, la bandana, la canna e l’aria truce, un po’ misterioso e un po’ stronzo, che suonava tutti i pezzi più romantici.

Al momento di “Quella sua maglietta fina tanto stretta al punto che…” era già finito tutto, stavi pomiciando se eri fortunata col belloccio adocchiato dai primi giorni dell’estate e sulle note del piccolo grande amore si chiudeva il sipario delle estati ruggenti, quelle che ti restano impresse tipo tatuaggio e che racconterai come la favola di Biancaneve, ai figli, ai nipoti e ai bisnipoti perché sì, un tempo l’estate al mare era davvero una soap opera.

E tu eri la guest star.

 

Per quest’anno non cambiare

stessa spiaggia stesso mare…

L'Autore
Chiara Tortorelli
Author: Chiara Tortorelli
Scrittrice, editor e copywriter, vive a Napoli dove inventa nuovi cultural life style: come presentare libri in maniera creativa e divergente, come scrivere i libri che ti piacciono davvero al di là del marketing, come migliorare la creatività e il benessere personale con metodologie a metà strada tra stregoneria e pensiero laterale. Perché è sempre possibile (e lei ci crede) continuare a pensare con la propria testa.

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