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Una caverna chiamata web

COCCINELLA UNA CAVERNA CHIAMATA WEBCi sono dei prigionieri incatenati in una caverna, dalla nascita.

Non hanno mai visto la luce, riescono solo a vedere la parete davanti a loro su cui il fuoco acceso proietta ombre. Fuori c’è la vita vera, passano uomini, fanno cose, ma gli incatenati vedono solo le ombre e ovviamente le scambiano per verità. Solo fuori dalla caverna si può avere una visione completa, per gli incatenati è tutto illusorio ma la cosa straordinaria è che loro “non lo sanno”. Non hanno “alcuna” esperienza del mondo reale, sono prigionieri ma non se ne rendono conto.

Questa è la narrazione del mito della caverna di Platone.

Questa è la narrazione del nostro modo di essere e vivere, chiusi nella sfera di un monitor. Che si chiami cellulare o pc, che sia una chat o un social.

Viviamo in una palla virtuale. Ovunque nell’etere, con amici che non sono presenti, chiusi in situazioni immaginate, ovunque, in giro per il cosmo, a spulciare notizie, a discutere con chi è lontano e altrove. Ovunque nel mondo, ma non qui, adesso.

Spesso qualcuno si sveglia e capita che fissi inebetito la folla degli addormentati, quelli perennemente inghiottiti dallo schermo, che digitano furiosi, che ricamano polemiche, che intessono flirt. Mentre magari il sole splende, il mare racconta meraviglie, la metropolitana passa, la fretta degli altri ti travolge e inaspettatamente un bimbo ti sorride. Ma tu non vedi, occupato in altre cose.

Tutto illusorio, immaginario, sospeso.

Come gli incatenati della caverna.

Mi chiedo spesso come riscriverebbe il suo mito Platone se ci vedesse, se potesse spiarci dal fondo del tempo, e guardare come viviamo. Tutto si condensa nella comunicazione, nella connessione, nell’essere parte di una rete globalizzata che ci rende apparentemente attivi e presenti mentre in realtà siamo passivi e assenti senza la capacità di essere vivi e coscienti nell’unico tempo e spazio che ci è concesso: ora e adesso.

Nel cestino virtuale finiscono le nostre vite, i nostri segreti, i nostri dialoghi, i nostri desideri, persino la nostra morte…

Nel suo libro “Errore di sistema” Edward Snowden, ex agente CIA e ex analista della National Security Agency, svela al mondo i disegni dell’intelligence americana, rivelando che il governo USA cercava segretamente, attraverso il web e i social, di raccogliere telefonate, messaggi e mail di tutti i cittadini, insomma tutto ciò che riguarda la sfera assolutamente privata di ognuno per schedarli in un enorme database. Un sistema perfetto di spionaggio di massa, un documento teso a raccogliere ogni istante di vita di ognuno, dal primo bacio, al tradimento segreto, alla cazzata detta a vent’anni, alla foto nuda conservata su WhatsApp, ai film porno visti negli ultimi dieci anni. Insomma prigionieri di un sistema che sembra proprio una caverna, con la vita fatta a pezzi e usata a fini commerciali, per identificare abitudini, stili di vita e gusti da sottoporre a ricerche di marketing. Una sorta di capitalismo di sorveglianza, lo definisce Snowden.

Poi chi ha in mano simili informazioni può “spoilerare” o fare stalking o smantellare una reputazione. O semplicemente avere un Potere. Il Potere di domani…

In una società sempre più liquida e inconsistente restano le tracce, i dati degli istanti significativi, memorabili. I nostri. Sullo schermo indifferenziato di ciò che non dura sfilano le nostre vite col loro dolore, il loro spessore. Peccato che dovrebbero essere personali, private, nostre.

In fondo alla caverna i prigionieri non conoscono la luce, vivono di ombre proiettate sul muro o su uno schermo, poco importa, e le forme reali, le persone vere sembrano sogni.

L'Autore
Chiara Tortorelli
Author: Chiara Tortorelli
Scrittrice, editor e copywriter, vive a Napoli dove inventa nuovi cultural life style: come presentare libri in maniera creativa e divergente, come scrivere i libri che ti piacciono davvero al di là del marketing, come migliorare la creatività e il benessere personale con metodologie a metà strada tra stregoneria e pensiero laterale. Perché è sempre possibile (e lei ci crede) continuare a pensare con la propria testa.

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