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Perché ti ho perduto: il ritorno in libreria di Vincenza Alfano

perchè ti ho perduto“Perché ti ho perduto” è il nuovo libro di Vincenza Alfano, pubblicato da Giulio Perrone, che racconta episodi salienti della vita di Alda Merini. Il volume sarà presentato ufficialmente il 21 marzo, data segnata da una straordinaria concomitanza di eventi. L’equinozio di primavera, da sempre simbolo di ritorno alla vita, è stato scelto come giornata mondiale della poesia; quest’anno in aggiunta si celebra il novantennio dalla nascita della poetessa milanese.

Quando Vincenza Alfano, anni fa, mi raccontò che stava pensando di scrivere sulla vita di Alda Merini, le domandai se fosse proprio sicura di volere iniziare questo viaggio sulle orme di una donna così complessa e sofferente. Persuasa che nessuno sceglie le storie da raccontare, ero anche convinta che quando si decide di scrivere di un personaggio reale è perché si è stabilito con lei/lui un legame misterioso e tenace che avvince lo scrittore spossessandolo dal controllo della sua scrittura. Tuttavia, conoscendo la sensibilità profonda dell’Alfano e la sua peculiare e rarissima capacità di scendere negli abissi dei suoi personaggi, ero certa che ne sarebbe uscito qualcosa di potente. Così è stato.

“Perché ti ho perduto” è un romanzo che rompe i confini della narrativa è diventa testimonianza di una donna e di un mondo alienato, quello della malattia mentale e del manicomio, raccontandolo però dal di dentro, scegliendo come punto di osservazione l’anima stessa della Merini.

L’Alfano aveva già condotto il suo pubblico nel disagio psichico ne “L’unica ragione” (Homo Scrivens, prima stampa 2012 e ripubblicazione 2019) che ha come tema centrale la follia e le sue conseguenze sulla famiglia del malato, e in un certo senso anche nel precedente “Via da lì” (Boopen Led, 2010) dove si narra dell’improvvisa alienazione psichica di un figlio in età prescolare; ma confrontarsi con una donna tanto nota e insieme sconosciuta era un’impresa coraggiosa e piena di pericoli.

La Merini, in vita snobbata per le umili origini, per la conclamata follia, per la invereconda impossibilità di adattarsi alle convenzioni borghesi, è stata riscoperta da morta quando, riabilitata dalla impossibilità di nuocere, è diventata nome ricorrente nelle frasi brevi e decontestualizzate dei social e dei cioccolatini.

Le ingiustizie che ha subito da viva si sono così protratte dopo la morte, ma quanto sia difficile amare un folle, Vincenza Alfano lo sa bene per averlo già descritto.

Nessuno se non lei, poteva restituire la Merini al suo statuto di verità e questo Alda deve averlo sentito quando ha scelto di essere raccontata proprio da Vincenza stabilendo quel contatto insondabile e misterioso che lega lo scrittore al personaggio.

La storia sembra parlare di amore, dello sfortunato amore tra una giovane ragazza e un uomo adulto già sposato e padre, toccato anch’egli, ma non marchiato, dal disagio mentale. Una sconfitta annunciata per la ragazza che ricorda altre donne dell’Alfano, la dolce Iris che si scontra contro la vocazione del suo amato (Chiamami Iris, L’erudita di Giulio Perrone, 2018) ma anche Laura (Balla solo per me, Perrone, 2016) che ama un padre di famiglia. A differenza dei precedenti però fin da subito in questo romanzo si coglie nella protagonista un malessere molto più antico e profondo che diventa sofferenza ontologica. Il suo sprofondare e riemergere nel manicomio /Terra Santa, la sua vita dentro e fuori, da madre e moglie e da eterna “assente” per il suo ostinato sottrarsi ai ruoli preconfezionati la rendono autenticamente tragica, di lei si coglie lo stato di solitudine assoluta delle eroine greche, malgrado l’amore che pure la lambisce ma non riesce a guarirla, trattenerla, impedirle di cadere.

La scrittura sublime e densa dell’Alfano, simbiotica rispetto al tratto poetico della Merini, consente alle due scrittrici di procedere appaiate, senza alcuno iato, in una mescolanza che è più simile al transfert che alla empatia.

In definitiva la lettura di questo libro espone alla luce nitida e tagliente del vero chi è Alda Merini, cosa è la vita nel manicomio e fuori dal manicomio con il marchio dell’essere stati internati, come l’amore e la perdita dell’amore sovvertono la vita e la mente.

Il romanzo è anche un atto di giustizia verso una donna incompresa e sopraffatta, sicuramente più semplice da amare da morta che da viva.

Stefania Squillante

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