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In tutto c’è stata bellezza

Manuel Villas copiaConsigli di lettura a cura di Benedetta Palmieri

Una felicissima intuizione del suo traduttore Bruno Arpaia ha regalato a questo libro un titolo italiano assai più bello dell’originale: quello che in Spagna nasce come Ordesa – luogo geografico e affettivo dell’autore, Manuel Vilas – arriva infatti in Italia come In tutto c’è stata bellezza (Guanda, pagg. 409, euro 19).

In tutto c’è stata bellezza. Una piccola frase piena, che parla di passato e di incanto – suggestioni quanto mai adatte a agganciare animi sensibili e nostalgici.

Ma anche addolorati. Perché è dal dolore che muove la narrazione, a partire dalla sua copertina gialla: “Il dolore è giallo” dice Vilas; ma anche dall’amore, dall’amore sconfinato dell’autore per i propri genitori morti.

Il suo accorato tentativo, più o prima ancora dell’elaborazione di un lutto, sembra quello della ricostruzione di un mondo – intesa come ricognizione nel passato e come definizione di un nuovo scenario che lo vede solo, privato dell’affetto più grande.

Il rischio, mi rendo conto nel trovarmi qui a scriverne, è dirne troppo o troppo poco.

Dire semplicemente “È un libro enorme, sorprendente, straordinario”. Punto. Stop.

O invece volerla dimostrare quella straordinarietà, e allora sgranare i dettagli, le intuizioni giganti racchiuse in quattro parole, in ogni frase che si presenta illuminante come un’epifania. Perché epifanie ce ne sono a ogni passo: numerosissimi sono i pensieri che sembrano dire l’origine delle cose, come se esistessero o fossero nomate per la prima volta.

Ma qualche coordinata bisogna pur darla.

In tutto c’è stata bellezza è un flusso autobiografico dai connotati complessi, che procede recuperando pezzi di biografia o facendo la conta dei mancanti, che si compone di ricordi, di silenzi, dei tratti riconoscibili che attraversano le generazioni. Di constatazioni definitive, come quella tributata al padre: “Guardare la sua vita, questo, semplicemente. Guardare la vita di mio padre, questo avrei dovuto fare ogni giorno, a lungo” – proposito inapplicabile quanto vagheggiato tra coloro che restano.

Il flusso cui si affida – così come fa il nostro pensiero, così come fa la memoria – si sposta nel tempo e nello spazio, girovaga, senza però mai farsi sorprendere incoerente. Copioso e talvolta disarticolato, non mostra stanchezze o elementi superflui, neppure quelli che paiono semplici divagazioni – tra le quali, forse la più bella quella sul sole e la luce, la luce come “stato comunicativo” del sole.

Esperienze come la molestia o l’alcolismo segnano le reazioni del lettore, spiccano la prima per sgradevolezza, la seconda (per quanto mi riguarda) per comprensione e una condivisa fragilità. Nonostante questo, finiscono col sembrare quasi ammortizzate dalla materia corposa che le circonda.

Ma tra queste pagine intime e personalissime, Vilas introduce anche la politica e l’etica, un approccio disincantato alla storia della Spagna, allo Stato, al denaro. Un disincanto, però, che sembra dichiarare piuttosto tutta la nobiltà della sua visione.

Ho scelto questo libro su esortazione di una persona per la quale nutro molto affetto e nella quale ripongo altrettanta fiducia.

Ho cominciato a leggerlo qualche settimana dopo, su sollecitazione di un dolore che mi è sembrato vitale ricoverare nel passato e nella bellezza.

L’esortazione ha funzionato, il ricovero in parte, ma ne è valsa comunque la pena.

Tags: Manuel Vilas, Libri, Recensioni

L'Autore
Benedetta Palmieri
Author: Benedetta Palmieri
Benedetta Palmieri è nata a Napoli, dove è felice di vivere. Giornalista e scrittrice, ha pubblicato, tra le altre cose, I Funeracconti (Feltrinelli Editore). Le piacciono i cani, il mare, i vulcani, il gin tonic.

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