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Tango e canzone napoletana insieme, l'omaggio a E.A. Mario

Celebrare i 60 anni della scomparsa di E.A. Mario ricordando l’incontro tra la canzone napoletana e il tango: si intitola Comme se canta a Napule il cd realizzato dalla Fondazione Bideri per ricordare una delle figure più significative della musica partenopea.

Pubblicato dalla Gennarelli Bideri, Comme se canta a Napule contiene due versioni dell’omonima canzone che nel 1911 vide E.A. Mario firmare per la prima volta versi e musica di un brano in lingua napoletana.

La prima versionep resente nel cd si intitola Como se canta en Napoles 2021 ed è un riarrangiamento della interpretazione che ne diede Carlos Gardel nel 1931. Estrapolata dal 78 giri su cui apparve, è proprio la voce di Carlos Gardel a ricantare l’intero testo, ad eccezione del ritornello, per l’occasione inciso ex novo e proposto con una variazione in spagnolo. 

La seconda, invece, è una versione tutta napoletana, che attualizza lo spartito originale di Comme se canta a Napoliconferendogli una raffinata ambientazione in chiave tango vals.

Protagonista di entrambe le versioni è la cantante e tanguera Filly Lupo,milanese di origini campane, che presta la sua voce ad entrambe le registrazioni, duettando virtualmente con Carlos Gardel nella prima e cantando in solo nella seconda. Suoi anche i versi della rielaborazione spagnola del ritornello che caratterizza Como se canta en Napoles 2021.

Nei due brani del cd, la “scugnizza della Bovisa” rivela una sorprendente familiarità con la lingua napoletana e un’originale identità espressiva, iscrivendosi così nell’elenco di interpreti italiane di ispirazione partenopea che comprende, tra le altre, Miranda Martino e Gloria Christian.

Ad affiancare Filly Lupo c’è il Colectivo 10ensemble capitanato da Ernesto Nobili nelle vesti di produttore artistico ma anche compositore ed interprete di tutte le parti chitarristiche dei brani. Fanno compagnia al talentuoso musicista napoletano il violoncellista Marco di Paloe il bandoneonista argentino Basilio Fernandez, dall’inconfondibile tocco bonaerense.

A proposito di Argentina, va segnalata una peculiarità del progetto Comme se canta a Napule: tutte le parti di bandoneon sono state registrate nello studio La Geisha di Buenos Aires, sotto la supervisione del musicista e produttore Facundo Monti, nell’ambito del progetto Produzione a Distanza, promosso dalla Fondazione Bideri. 

Per saperne di più

E. A. MARIO E LA BIDERI

di Luciano Villevieille Bideri (1984)

Il cammino della Bideri, sia come casa editrice che come famiglia, si è spesso incrociato con quello di E.A. Mario. Egli iniziò a collaborare con la Bideri saltuariamente, a partire dal 1904/5, appena ventenne. Ferdinando Bideri, mio nonno, gli pubblicò alcune poesie, musicate dal Segrè, ed una ebbe un discreto successo, interpretata dall’allora giovanissima Luisella Viviani: L'acquaiola nova.

Inoltre, lo accettò come collaboratore del giornale musicale letterario La Tavola Rotonda, di cui era proprietario e su cui avevano scritto e scrivevano D'Annunzio e Pascoli, Scarfoglio e la Serao, Federico de Roberto e Benedetto Croce, Ada Negri, Sabatino Lopez e Francesco Pastonchi, e tutti i più bei nomi della cultura italiana dell'epoca. 

A partire dal 1905 vi comparvero parecchie poesie in lingua (firmate Giovanni Ermete Gaeta, analogamente ad alcuni scritti in prosa) e qualche sua canzone. Inoltre, mio nonno, che aveva molta stima e simpatia per E.A. Mario - quando il musicista preferito di quest'ultimo, Raffaele Segrè, partì per il Brasile, nel 1906, e dovette diradare la sua collaborazione con E. A. Mario - affidò le poesie del giovane autore ai suoi più esperti e famosi musicisti e cioè a Salvatore Gambardella, Vincenzo di Chiara, Eduardo Di Capua e P.E. Fonzo.

Tra una canzone e l'altra, mentre E. A. Mario - che è sempre stato un autore molto fecondo, con circa 2.000 canzoni stampate - pubblicava canzoni oltre che con Bideri, anche con altri editori, come Santojanni (oggi facente parte del gruppo Bideri), Schmid! di Trieste, Forlivesi di Firenze, Izzo e La Canzonetta, ambedue di Napoli, si giunse al 1911. In quell'anno comparve sulla scena italiana la prima società discografica straniera che abbia tentato di monopolizzare la nostra canzone: la Polyphon di Lipsia. Napoli a quell'epoca era la canzone; anche le canzoni in lingua si scrivevano nella nostra città.

Quindi questa casa fonografica tedesca si improvvisò editore nella nostra città (il suo catalogo poi, allo scoppiare della I° guerra mondiale, passò alla casa editrice Gennarelli, che ora, ironia della sorte, è anch'essa parte del gruppo Bideri) e cercando di monopolizzare la canzone, scritturò con stipendi mensili favolosi tutti gli autori più noti, fino allora legati da contratti in esclusiva con le differenti case editrici napoletane.

Bideri, che era il più importante editore, insieme agli altri suoi colleghi più piccoli, all'improvviso rimase senza i suoi autori più famosi: da Gambardella a Galdieri, da Di Capua e Capurro, dai due De Curtis a Salvatore di Giacomo, da Di Chiara a Ferdinando Russo, ecc. tutti lo abbandonarono.

Ferdinando Bideri però era dotato di grande intuito e senso artistico, ma anche di fiuto e furberia commerciale. Quindi non si scoraggiò e pensò di aggirare l'ostacolo, assicurandosi la maggior vedette femminile allora in circolazione: Elvira Donnarumma. La ingaggiò, legandola con un contratto di esclusiva, per interpretare unicamente le canzoni che lui avrebbe editato. Pensò che con un grande interprete si potevano lanciare anche canzoni di autori poco noti, purché belle. Per primo capì che, purtroppo, la gente conosce l'interprete e non gli autori. Contemporaneamente promosse ad autore principe delle sue edizioni il giovane E.A. Mario, che stimava moltissimo ma che aveva pubblicato sino a quel momento solo poesie e poche canzoni in italiano. Basandosi più sul suo intuito, che sulle poche musiche precedentemente composte da E.A. Mario, gli disse di scrivere anche le musiche delle sue canzoni, oltre che i versi.

E.A. Mario che si era sentito trascurato dalla Polyphon ne fu felice e si dedicò anima e corpo alla vendetta sfornando subito decine di canzoni, che faceva subito sentire a Bideri ed alla Donnarumma.

Tutti i «transfughi», intanto, giudicavano questa scelta una follia. Gambardella, dimentico, come tanti altri autori, di quello che mio nonno aveva fatto, in passato, per lui e per l'affermazione delle sue belle melodie, sottovalutando il fiuto di don Ferdinando e le qualità di E.A. Mario, si racconta che, informato della scelta, esclamasse: «Ma che ce farrà don Ferdinando cu chelli quatto papucchielle»!?Con questo dispregiativo egli si riferiva alle canzoni italiane, le uniche di cui Mario sino a quel momento aveva composto versi e musica.

Invece. E. A. Mario, spronato dalla fiducia avuta ed affidato alle splendide interpretazioni di Elvira Donnarumma (i «polyphoneschi» risposero prendendo in esclusiva, anche per i dischi, Pasquariello, affiancato da molti altri buoni artisti) esordi con una canzone che sembrò ed era un proclama: Comme se canta a Napule, versi e musica suoi, che cantava: «E basta solamente / 'mi mandulino... / 'nu filo 'e voce, / nu core ardente/ ca, ride o chiagne, vo' sempre canta!». Fu il successo dell'anno.

Ma non fu il solo. Seguirono, anno dopo anno, circa 200 sue canzoni, pubblicate dalla Bideri, da cui uscirono tanti altri successi, sempre lanciati dalla Donnarumma e ripresi dagli altri cantanti, che la consideravano un modello.

Bideri affidò ad E.A. Mario anche il compito di scrivere le versioni di alcune canzoni francesi che aveva acquistato per l'Italia, dall'editore francese. Era tutto il repertorio di Mayol, che ebbe grande successo specie nell’interpretazione di Yvonne de Fleuriel 

L'inizio della guerra mondiale però, con la reazione antitedesca, portò prima ad un declino delle sorti e poi alla scomparsa della Polyphon. Così anche Pasquariello, opportunamente «lavorato» dall'editore più famoso dell'epoca e convinto, oltre che dai compensi di Bideri, dall'orecchiabilità e dal successo che le canzoni di E. A. Mario riscuotevano, si decise anche lui a cantare le canzoni di quest'autore.

Nel frattempo, però alcune persone invidiose del felice rapporto fra Bideri ed E.A. Mario andavano mettendo zizzania. Al primo, bisbigliavano che Mario si vantava di aver salvato la Bideri dalla rovina, lui solo contro tutti; al secondo, insinuavano che l'editore non solo lo sfruttava, ma si lagnava che questo autore gli costava troppo caro, in proporzione al rendimento.

Inevitabilmente, un brutto giorno, fra questi due personaggi, orgogliosi e suscettibili, convinti ognuno delle proprie ragioni si arrivò ad una separazione ed E.A. Mario, già poeta e musicista, trovati tre soci, nel 1916 divenne pure editore e, dopo un primo periodo di difficoltà, la sorte gli arrise. Tuttavia, si dichiarò presto pentito della decisione, per asserita mancanza di senso commerciale! Ma questo è un altro discorso.

Quanto alla mia famiglia, là fin dove giungono i miei ricordi, nonostante E.A. Mario fosse un editore concorrente, ho sempre sentito parlare con ammirazione e con amicizia di lui, sia da mia madre che dalle mie zie, che erano ragazzette o signorine quando E.A. Mario frequentava la loro casa. Esse ricordavano con nostalgia le tante volte in cui egli accennava, sul suo fido mandolino, le canzoni che stava componendo o che aveva appena finito di comporre. Ancora oggi mia madre, che era la più piccola, talvolta me ne parla e vengono fuori altri episodi.

Personalmente ho avuto con E.A. Mario un singolare rapporto di ammirazione, ma polemico, da ragazzo. Egli, che spesso veniva nella nostra edizione, che si compenetrava e sconfinava nella casa familiare di Via San Pietro a Majella, dov'io vivevo per lo più, si divertiva a stuzzicarmi, a prendermi in giro, bambino, scherzando sul mio cognome paterno: «Qua siamo a Napoli, quante arie che ti dai! Ma che francese... Tu non ti chiami né Villevieille né Bideri, ti chiami Civitavecchia». Eravamo infatti in tempo di fascismo e poi di sanzioni, ed egli penso ironizzasse più sulla mania fascista di italianizzare i nomi e le parole straniere, piuttosto che prendere in giro un ragazzino come me. Ma io non capivo e gli rispondevo, offeso: «E voi siete solo il signor Gaeta!». E lo scherzo si ripeteva negli anni, finché divenne una specie di codice personale fra me e lui, che mi voleva molto bene e che mi parlava, altre volte, come ad un adulto, seriamente. La lettera riprodotta, indirizzata (in epoca posteriore, quand'e-ro già adulto) a mia zia Valentina, si riferisce appunto a questo scherzo...

Poi, col passare degli anni, ci incontrammo sempre più spesso anche sul campo del lavoro, sino ad arrivare all'Ente della Canzone napoletana, di cui egli fu uno dei fondatori e di cui, dopo la sua morte, io divenni Presidente.

Anche qui polemizzavamo, pur volendoci bene e rispettandoci, perché dissentivamo sulle vie per mantenere in vita la canzone napoletana, sulla canzone ballabile, sui Festival, ecc. Ma erano bisticci tra amici.

Altro incontro, mancato questo, che rimpiango, vi fu nel dopoguerra, quando egli, invecchiato e sfiduciato nonostante i recenti suoi grandi successi di Tammurriata nera (su versi di Nicolardi) e de 'O vascio e Palomma d' ‘o mare, propose ai miei di rilevare la sua casa editrice, ripromettendosi di tornare a fare solo l'autore. Io, che allora stavo per laurearmi in medicina e non mi occupavo ancora di canzoni e di editoria, caldeggiai la sua proposta perché amavo tutte le sue canzoni, ma le mie zie, invecchiate anche loro, non se la sentirono di aumentare il lavoro ed io me ne dispiacqui molto. Forse se ne dispiacque anche E.A. Mario, che, da giovane, in una lettera aperta diretta a mio nonno, aveva sognato una unica casa editrice per le sue canzoni: «lo auguro, innanzi tutto, alle mie canzoni orfanelle una sola casa editrice e tutrice...» (Quando morirò... lettera aperta al mio editore) 25 gennaio 1914.

Poi nel 1961 E. A. Mario morì e finirono le nostre amichevoli dispute e la sua sete di polemica, che era desiderio di sincerità, era la vita. Infatti, come dice benissimo in un suo scritto Ottavio Nicolardi, figlio del grande autore di Voce 'e notte e marito di una delle tre amatissime figlie di E.A. Mario: «Amava polemizzare con tutti... dal suo spirito battagliero doveva probabilmente attingere la forza per sempre nuove battaglie...».

Con lui morì l'ultimo autore dell'epoca d'oro della canzone partenopea, grande in vita, anche se pieno di nemici da lui stesso quasi voluttuosamente desiderati, ma imperituramente grande, al di là della morte, attraverso la vita e il cuore che ha saputo trasfondere nella sua poesia e nelle sue canzoni, che non moriranno mai.

Luciano Villevieille Bideri (1984)

 

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