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Una verità indicibile vissuta in prima persona

A occhi chiusi“Ad occhi chiusi” è un’esperienza: fa entrare il pubblico nella testa di chi ha commesso il crimine più atroce, quello della violazione dell’innocenza. E’ un pugno che arriva dritto al cuore perché scritto e diretto con una grandissima competenza e sensibilità da Luca Pizzurro e messo in scena in modo autentico e sfaccetto da Andrea Fiorillo.

Dal 6 al 9 febbraio al Teatro TRAM un monologo teatrale (aiuto regia Sandro Gallo, direzione tecnica Lauraine Crescione, produzione Associazione Teatrale Viaggi & Miraggi, costumi e scene ATVM) denso di suspense che racconta una verità terribile ed affronta un tema sempre più attuale e scottante. Un giovane uomo ci accoglie nella sua casa che circoscrive un’esistenza fatta di piccole e belle cose: l’amore per i libri, la nostalgia del sole siciliano, la passione per le fotografie. Ci affezioniamo a quell’emigrante del sud che sembra avere una cura per gli ultimi, che si sacrifica mangiando pietanze pensatissime pur di fare compagnia ad una povera donna la domenica a pranzo. Bruno, calmo ed equilibrato tradisce un’insofferenza ai piccoli disagi casalinghi: la luce che va via, la finestra che sbatte. E’ imperfetto come tutti gli umani e quindi vero e più simile a noi che lo guardiamo e lo sentiamo già vicino di casa chiedendoci come si svolgerà la sua giornata, che lavoro fa. Il pubblico avverte l’attesa sottile, ma non invadente, per uscire chissà per andare dove, che lentamente rende claustrofobiche le quattro mura della casa.

Ma ecco che abilmente il drammaturgo e regista ci porta fuori dal palazzo, ma solo attraverso un flash back atroce. Il nostro personaggio ci racconta di aver assistito inconsapevolmente alla tortura di un piccolo animaletto inerme accecato da due ragazzacci. La scena che dà il titolo all’opera “Ad occhi chiusi” è talmente realistica da risultare angosciante. “Come farà quel povero gattino ad affrontare la vita, mutilato per sempre? Meglio, forse la morte”: questo il pensiero di Bruno, che non è riuscito a fermare in tempo i due balordi. Lo sdegno e la condanna del “nostro” uomo ce lo fa apprezzare definitivamente. E’ da questo punto in poi che pian piano scopriamo l’altra faccia di Bruno che si trasforma in carnefice sotto gli occhi del pubblico senza che esso se ne accorga, perché ormai è nella sua testa, nello sguardo di chi commette il crimine e prova tenerezza inizialmente per quel ragazzino che gioca da solo in strada col pallone nella controra.

La scena clou della violenza, un atto di masturbazione imposto al bambino, è raccontata in modo dettagliato e crudo, ma è mediata dallo sguardo quasi dolce del carnefice che traduce ogni espressione della vittima sulla base della sua scala di valori distorcendone le sensazioni: la paura di Marco è letta come desiderio, l’innocenza come una provocazione.  Se lo scopo principale e riuscitissimo dell’opera è far immedesimare il pubblico nel protagonista, l’opera lascia intuire anche altri punti di vista e spunti di riflessione: ad esempio c’è la denuncia implicita dell’ignoranza popolare che fa confusione tra pedofilia e omosessualità nella parte in cui sotto casa, Bruno dice di aver trovato i cartelli con la scritta “Frocio di merda”; o ancora apre una finestra su quanti sono scioccati dalla violenza sugli animali, ma non si rendono conto e non denunciano altrettanto con vemenza le torture che subiscono gli esseri umani.

Questo spettacolo è un’esperienza, oltre che una pièce teatrale, è orchestrato talmente bene che ci si trova effettivamente sulla scena della violenza e nella testa del mostro. E’ vivere la “banalità del male” descritta dalla Arendt in prima persona. Solo quando si è un tutt’uno con Bruno subentra come un pugno al cuore il sentimento di disgusto, orrore e odio nei suoi confronti che poi esplode e diventa sgomento alla fine quando un colpo di scena inaspettato lascia tutti a bocca aperta.

A occhi chiusi 1

“La pedofilia è un tema ancora molto presente benché se ne parli poco – racconta Pizzurro che abbiamo intervistato a fine spettacolo -. Il lavoro deriva da una storia vera che risale a dieci anni fa, l’unico modo che ho avuto per sublimarla è stato metterla in scena. Sono stato il testimone della confessione di un carnefice che aveva la stessa identità di Bruno. La cosa che mi ha sconvolto di più è stata vedere come questa persona parlasse con me e con altri amici a cena delle violenze perpetrate ai danni di ragazzini nei minimi particolari, come se fosse una bravata, senza vergogna, quasi vantandosene. Da quell’esperienza ho iniziato a studiare tanti casi di carnefici e vittime e ho visto come nel 99,9% dei casi i carnefici abbiano subito a loro volta violenza. Quindi quasi tutti hanno un problema psicologico di base e provano una sorta di rivalsa verso il passato agendo secondo l’idea “ho sofferto io, ora soffri pure tu”. Le dinamiche sono sempre le stesse: l’adescamento del ragazzino per fragilità, quindi in contesti deprivati, il rendersi necessario per l’altro sostenendolo economicamente e socialmente per poi usarlo sessualmente. La storia vera è stata l’incipit, ma poi ho voluto raccontare, attraverso Bruno, tante storie simili e ho dato al personaggio sfumature e una sensibilità che la persona che ho conosciuto nella realtà non aveva. Nelle storie che ho letto ho notato come nelle dichiarazioni dei carnefici ci sia proprio uno spostamento dei valori, nella loro testa è tutto ribaltato, c’è la convinzione di aver fatto cose normali, di aver aiutato le vittime – che spesso sono povere - di aver agito- come dice il personaggio- “per amore, solo per amore”.

Durante la fase di ricerca ho raccolto anche le testimonianze di alcune vittime - benché il mio scopo fosse raccontare il punto di vista del carnefice- e visto come in loro resta un senso di sporcizia. Chi ha subito un abuso è segnato per sempre da questa ferita, ed è destinato ad affrontare la vita “a occhi chiusi”, con una mutilazione psicologica, così come il gattino dello spettacolo è stato privato della vista”.

E’ interessante ripensare tutta la drammaturgia alla luce della rivelazione finale: come solo una sceneggiatura orchestrata nei minimi dettagli e un’opera riuscita possono fare, l’operazione di rewind ci fa cogliere particolari che durante la visione ci avevano incuriosito facendoci porre nuovi interrogativi e dando maggiore intensità alle già fortissime sensazioni da cui si esce da “A occhi chiusi”.

“Le reazioni del pubblico allo spettacolo sono le più varie- conclude il regista-, ci sono state persone che quasi mi hanno insultato come se io fossi a favore del pedofilo. L’operazione che ho cercato di fare è stata quella di creare un personaggio molto affascinante a cui il pubblico si potesse affezionare ed avere alla fine la stessa reazione incredula che hanno i parenti o gli amici quando scoprono che la persona a cui sono legati è un carnefice, infatti la prima cosa che dicono, come la mamma di Marco nello spettacolo, è: “Non è possibile”. E’ uno spettacolo che denuncia in modo diverso dal solito, che porta molto alla riflessione, su se stessi, sulla società”. 

Cosa: “Ad occhi chiusi”, regia e testi di Luca Pizzurro con Andrea Fiorillo.

Dove: Teatro Tram, via Port’Alba, 30.

Quando: da giovedì 6 a domenica 9 febbraio 2020. Giovedì e venerdì: ore 21.00 – sabato: ore 19.00 – domenica: ore 18.00

Costo: intero: € 12,00 | under 26 e Web: € 10,00

L'Autore
Alessandra del Giudice
Author: Alessandra del Giudice
Sociologa, giornalista pubblicista e appassionata di fotografia, è specializzata nel giornalismo sociale e di viaggio.

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