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Indimenticabile GLOB(E)AL SHAKESPEARE

allegreIl teatro Bellini di Napoli è stato trasformato nel Globe Theatre di Londra per un mese. Riuscita in modo straordinario l’operazione di rendere contemporanee le tragedie e le commedie di Shakespeare mettendo il pubblico a diretto contatto con la scena.

Il progetto GLOB(E)AL SHAKESPEARE ideato da Gabriele Russo, dal 3 al 26 ottobre ha trasformato il teatro Bellini di Napoli. La sala è stata privata delle poltrone e allestita in modo tale da “evocare” il teatro elisabettiano seicentesco, in particolare il Globe Theatre di Londra. Sul palco inclinato verso la platea in una soluzione di continuità, ogni sera si sono alternate una commedia e una tragedia di Shakespeare per un totale di 6 opere messe in scena da altrettanti grandi registi (Gabriele Russo, Serena Sinigaglia, Francesco Saponaro, Giuseppe Miale di Mauro, Andrea De Rosa, Emanuele Valenti) e con la partecipazione di oltre 50 attori. Il Bellini ha importato un modello nord europeo di teatro dove più compagnie si incontrano e lavorano insieme nel medesimo spazio. GLOB(E)AL SHAKESPEARE  attualizzando la modernità di Shakespeare, ha rotto la separazione fisica tra attore e spettatore. Delle sei opere messe in scena abbiamo avuto l’opportunità di seguirne quattro: Le Allegre Comari di Windsor, Tito, Una commedia di Errori e Giulio Cesare. Uccidere Il Tiranno, apprezzando oltre le singole regie fuori dagli schemi anche la finalità del progetto ovvero di svelare quanto Shakespeare ed il suo teatro parlino ancora e per sempre di noi, della nostra contemporaneità, dei nostri sentimenti, delle nostre pulsioni e delle nostre emozioni.

LE ALLEGRE COMARI DI WINDSOR 

La scrittura di Edoardo Erba e la regia di Serena Sinigaglia per Le allegre comari di Windsor per alcuni versi stravolge e per altri vuole “restaurare” il teatro shakespeariano, inteso come esperienza ludica e sensuale (nel senso di coinvolgere tutti i sensi) a tutto tondo. Ironia e sottile vena “nera” si fondono creando un interessante alternarsi di atmosfere e stati d’animo. In scena ci sono solo donne: si capovolge così il divieto di far recitare le donne del teatro elisabettiano. La signora Page, la signora Ford, la giovane Anne Page e la serva Quickly danno parola anche ai personaggi maschili, assenti ma presenti nei loro discorsi e nello loro fantasie: mariti, amanti, e prima di tutto Falstaff, il grasso pretendente che osa corteggiare entrambe le comari allo stesso tempo. E’ lui il motore dell’azione e di vita, amante immaginario e nemico delle Desperate Housewives. Meravigliose le due protagoniste: Virginia Zini, Comare Ford e Annagaia Marchioro, Comare Page (vestite e svestite dagli affascinati costumi di Katarina Wukcevic che svelano la struttura e la sovrastruttura dei personaggi), interpretano con intensità e competenza due ruoli complessi tanto da accorgersi solo alla fine dello scarto d’età tra le attrici, molto più giovani dei personaggi interpretati. Geniale e assolutamente contemporaneo e coinvolgente l’accenno all’amore lesbo tra Anne Page, interpretata da Mila Boeri, e Fenton, interpretato dalla fisarmonicista Giulia Bertasi. L’effetto esilarante ed emozionate si protrae per tutto il tempo senza momenti di stasi. Lo scopo dell’opera è compiuto appieno: raccontare con leggerezza ed ironia un tema invece drammatico: quello della noia e della solitudine delle zone liminali dello spazio e del tempo, ovvero della provincia abbandonata e priva di stimoli e dell’età di passaggio tra maturità e vecchiaia. 

TITO 

Il regista Gabriele Russo affronta Tito Andronico, la prima tragedia scritta da Shakespeare nonché la sua opera più cruenta, sanguinaria e violenta, in una riscrittura di Michele Santeramo utilizzando un doppio livello narrativo: quello della storia e quello della messa in scena della storia stessa con personaggi che si svelano attori che commentano la storia. Molti personaggi sono duplici, a partire da Tamora (interpretata magistralmente da Maria Laila Fernandez), padri, madri, figli sono vittime e poi si tramutano, senza battere ciglio, in crudeli carnefici asseconda che le vicende tocchino se stessi e la propria famiglia o l’altro, il nemico. Oltre al tema superficiale della vendetta questa messa in scena dice tanto dell’individualismo e della mancanza di empatia dell’essere contemporaneo. Tito Andronico diventa, più semplicemente, Tito (interpretato con eleganza da Fabrizio Ferracane), un uomo più che un eroe. Eroe è definito dagli altri, dalla storia, dagli eventi necessari, ma non dalla percezione di se stesso che si vorrebbe, dopo una vita passata nella guerra, finalmente normale. Ma non può. Come uomo che ha partecipato alla storia e agli eventi viene da essi nuovamente coinvolto, guidato e stravolto e con lui saranno coinvolti e sconvolti prima lo Stato poi i suoi figli. Nella prima parte Tito assolve al compito di punire il nemico ma al contempo rifiuta di condurre lo Stato. Questo errore, questa mancata scelta, è anche essa una scelta gravissima che ricadrà sui suoi figli. Nella seconda parte della messa in scena Tito diventa un padre inerme e devastato da una responsabilità che tenta di negare. Tanto da sfiorare la follia davanti alla figlia Lavinia stuprata e mutilata.  Nonostante l’azione sia tagliata all’osso da pochi crudi movimenti la scena in cui il padre incontra la figlia, la bravissima Francesca Piroi violentata e mutilata è di un livello di tensione apocalittica.  Come il sangue sul corpo della giovane donna, difficilmente lo spettatore riesce a togliersi dalla mente l’immagine della violenza dopo la fine dello spettacolo. Lascia basiti il finale dove si cerca di far cadere drasticamente la tensione cercando di suscitare l’ironia con la brusca fuoriuscita dai personaggi degli attori che commentano freddamente ciò che è appena accaduto. E’ un pugno allo stomaco questo cambio repentino di registro dopo tanta drammaticità in cui lo spettatore si era immerso fino in fondo senza avere il tempo di venire a galla. E’ questo senso di fastidiosa oppressione che si voleva suscitare? E’ il tentativo di far immedesimare lo spettatore nell’indifferenza collettiva che si voleva raggiungere? Altrimenti una tale violenza sarebbe senz’altro gratuita. Oggi siamo forse oggi tutti talmente abituati alla violenza e alla guerra (che sui media entra ogni giorno nelle nostre case) odierne, vere, attuali e non lontane come quelle di epoca elisabettiana da poter così facilmente passare dal dolore più atroce alla freddezza e all’indifferenza fino al riso? Non riesce però a far ridere né tantomeno a far immedesimare nella scena di vendetta (se questo era lo scopo) la scena del pasto di carne umana di Tamara che mangia i figli che hanno violentato Lavinia. Lo spettatore è ancora fermo alla scena della violenza per poi immedesimarsi in una troppo facile vendetta. La trovata del vino che scorre come sangue, gli alambicchi, sono ormai troppo mentali e ridondanti, rispetto a tutto ciò che già è stato detto ed ha già preso lo stomaco.

cesare

GIULIO CESARE. UCCIDERE IL TIRANNO.

Giulio Cesare. Uccidere il tiranno, con l’adattamento di Fabrizio Sinisi e la regia di Andrea De Rosa,come il Tito messo in scena da Gabriele Russo non può non cogliere e sfruttare la contemporaneità della tragedia di Shakespeare. La storia del Novecento infatti è stata attraversata da molte infami dittature e altre sembrano affacciarsi in questo oscuro inizio del nuovo millennio. Un destino inesorabile ci riporta continuamente a fare i conti con questo spettro, brutale e contraddittorio, che da sempre si agita nella storia umana: si vuole, si può, si deve uccidere il Tiranno? E soprattutto chi è il Tiranno? E’ un tiranno interiorizzato quello messo in scena da Andrea De Rosa, insieme al drammaturgo Fabrizio Sinisi. Non a caso i congiurati Bruto, Cassio e Casca, interpretati dagli intensi e iper realistici: Isacco Venturini, Daniele Russo e Nicola Ciaffoni, emergono dalle viscere della terra, come dalla coscienza stessa della Società. Geniale la scenografia con un grande sacco pieno di terra che viene pugnalato come Cesare infinite volte. La terra, il corpo di Cesare, è poi spalata e rimessa al sottosuolo, restituita al corpo dello Stato e alla coscienza collettiva. Gli assassini cercano le ragioni profonde del loro omicidio, le interrogano e ne sono, al tempo stesso, travolti, perché Cesare fa parte di loro stessi, quanto ormai l’identificazione tra Cesare e Roma è profonda e irreversibile, per questo l’omicidio non basterà a salvare un popolo che non vuole essere salvato. “Prendendo lo Stato- spiega De Rosa-, Cesare ha impersonato lo Stato, lo ha plasmato e modificato strutturalmente, tanto che, anche dopo il suo assassinio, niente potrà essere più lo stesso. Uccidere il Tiranno può non bastare perché spesso il potere del Tiranno risiede proprio nella comunità che lo subisce, che arriva talvolta a proteggerne e tutelarne il dominio”. La seconda parte gestita come da un direttore d’orchestra da Antonio (Rosario Tedesco) che tenta di ristabilire un ordine dopo la morte di Cesare diventa musical, necessità di dire, di trasformare le baionette in altoparlanti grazie alla trovata geniale della similitudine tra l’asta dei microfoni e i fucili. Ma anche il contrario là dove la parola, il denunciare, la lotta sono inutili perché si ritrasformano in fucili, morte e distruzione. I congiurati marciano in modo meccanico e cantano di Filippi. Secondo la storia dopo due anni dalla morte Cesare appare nella tenda di Bruto sotto forma di spettro o di demone interiore, a testimonianza che dei tiranni non ci si libera mai. Bruto  riconosciuta la figura di Cesare, chiede all'ombra chi sia e Cesare risponde: "Il tuo cattivo demone, Bruto. Mi rivedrai a Filippi". A Filippi tutti i congiurati perderanno la vita suicidandosi. Filippi è il passaggio in crescendo da un tiranno ad un altro, è l’impossibilità di liberarsi dal tiranno. Filippi è ogni guerra, è la bomba atomica.

UNA COMMEDIA DI ERRORI 

Una commedia di errori messo in scena da Punta Corsara con l’adattamento di Marina DammaccoEmanuele ValentiGianni Vastarella e la regia Emanuele Valenti prende spunto dalla prima commedia scritta da Shakespeare a sua volta ispirata ai Menecmi di Plauto per giocare in maniera originale con il tema del doppio, della necessità di perdere una parte di se per crescere e poi della ricerca di sé attraverso il viaggio. Nella New York di inizio Novecento un gruppo di italoamericani si perdono e poi si ritrovano. Incipit è lo sbarco da Buenos Aires di Tony Capanera e Mimì Petrosino, un aspirante attore in cerca di fortuna e il suo aiutante, a New York dove risiedono i rispettivi gemelli da cui sono stati separati in tenera età.  E’ proprio l’incontro-scontro tra i quattro a fare scattare l'esilarante macchina degli errori e degli equivoci che funziona senza sosta fino alla fine. Si rappresenta una Little Italy, volutamente stereotipata che si dibatte tra aspirazioni e abilità artistiche e piccoli affari al limite con la legalità. La comicità surreale e il ritmo serrato e coinvolgente, segni distintivi della drammaturgia di Punta Corsara e dei suoi attori capaci di interpretare con disinvoltura più personaggi allo stesso tempo, raggiunge l’apoteosi attraverso elementi scenici semplici, ma al tempo stesso sofisticati che trasformano rapidamente l'ambiente. I continui cambi d'abito e i travestimenti sono scanditi dal ritmo serrato e incalzante delle musiche originali di Giovanni Block ispirate alle melodie del ragtime di inizio ‘900 e alle note atmosfere delle colonne sonore di Ennio Morricone.

L'Autore
Alessandra del Giudice
Author: Alessandra del Giudice
Sociologa, giornalista pubblicista e appassionata di fotografia, è specializzata nel giornalismo sociale e di viaggio.

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