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Eracle o la danza della morte

eracleSi è chiusa il 21 luglio con Eracle di Euripide secondo Emma Dante, la seconda edizione di Pompeii Theatrum Mundi. Siciliano, femminile e disperata, violenta e senza speranza, come l’epoca contemporanea la tragedia messa in scena dalla grande regista.

La rassegna di drammaturgia antica organizzata del Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale e del Parco Archeologico di Pompei è un progetto quadriennale immaginato per il Teatro Grande del più imponente sito archeologico del mondo qual è Pompei e si inserisce nel più vasto programma di promozione del Parco Archeologico campano ha visto in scena sul “theatrum mundi” del II sec. a.C. quattro grandi opere: Oedipus di Robert Wilson, Non solo Medea dei coreografi Emio Greco e Pieter C. Scholten, Salomè di Luca De Fusco e da Siracusa Eracle secondo Emma Dante.

La tragedia di Eracle

Come narra il mito di Euripide, Eracle, figlio del dio Zeus e di Alcmena che pur sposata con Anfitrione viene ingannata da Zeus che in assenza del marito prende le sue sembianze e dorme con lei. La storia di Eracle è quella di un semi Dio che per elevarsi al livello degli dei compie 12 immani fatiche. Eracle, impegnato nella sua ultima fatica con Cerbero, è assente da casa e Lico ne approfitta per usurpare il trono di Tebe. A nulla valgono i lamenti dei Tebani, interpretati dal coro, perché l'usurpatore minaccia di togliere la vita a Megara, moglie di Eracle, e ai suoi figli, nonché al vecchio padre Anfitrione: la scena si svolge intorno all'altare di Zeus dove la famiglia dell'eroe implora per la salvezza. Quando ogni speranza sembra perduta ed i bambini sono già vestiti con i paramenti funebri, giunge Eracle che ha portato Teseo fuori dagli inferi nel corso della lotta contro il cane infernale: accecato dall'ira, uccide Lico. Ma Era, nemica giurata di Eracle, invia Iris, la sua messaggera, e Lissa, la personificazione della Rabbia, con uno scopo: fare impazzire Eracle per costringerlo ad uccidere i suoi stessi figli. Lissa tenta di convincere Iris dell'ingiustizia che compirebbe nell'indurre l'eroe alla follia, ma la volontà di Era non può essere disattesa. Un messo giunge in scena per raccontare dell'eccidio compiuto da Eracle: credendo i suoi figli la progenie di Euristeo, che gli aveva imposto le fatiche, li uccide senza pietà insieme alla moglie Megara. Atena giunge in tempo per salvare solo Anfitrione, fermando Eracle con un masso lanciatogli in petto: successivamente viene legato e, al suo risveglio, si ritrova incatenato alle colonne del suo palazzo, in preda all'amnesia. Anfitrione gli mostra i cadaveri dei familiari e gli svela che è lui stesso l'artefice dello scempio: Eracle, in preda allo sconforto, medita il suicidio. A salvarlo dal suo intento sarà Teseo, giunto a Tebe dopo essere venuto a conoscenza delle minacce di Lico nei confronti di Megara e dei figli dell'amico: Eracle accetta la richiesta di purificazione di Teseo, convincendosi che la sua più grande prova sarà proprio la sopportazione della vita con la cognizione del misfatto compiuto.

Recensione: Eracle di Emma Dante

Scendendo nel teatro di Pompei colpisce alla mente e al cuore la scenografia (di Carmine Maringola) di un cimitero gigantesco, fatta appunto per i giganti per gli uomini schiacciati dal destino del tempo. Il cimitero con tutti i suoi ritratti degli avi morti racconta di una storia che si tramanda implacabile in cui i figli scontano gli errori dei padri.  Il tema dichiarato ed esaltato dalle scene e dai costumi è la morte, incombente, animale, ridicola perché ridicolo sfuggirle. Nonostante le 12 fatiche Ercole, mezzo uomo e mezzo dio, non riesce a elevarsi al cielo. Metafora dell’ascesa, i tebani (vestiti di nero e guizzi di vita fucsia dagli splendidi costumi di Vanessa Sannino) come dervisci danzanti vengono schiacciati alla terra.

Emma Dante mette in scena un’Eracle donna (Mariagiulia Colace), come donne sono la maggior parte degli attori, a parte alcuni uomini che ricoprono il ruolo secondario dei tebani. Inverte così l’abitudine greca di far interpretare agli uomini le donne. Sono infatti soprattutto le donne ad essere vittime delle guerre, del colonialismo, della dispersione per il mondo, ma anche si fanno vittime perché succubi del potere e del volere maschile. Mentre gli uomini perdono la loro anima nell’azione, nell’espressione cinematografica della loro potenza che pure viene celebrata e ironicamente burlata nella imponente parata iniziale dei personaggi. La storia di Eracle è quella di un semi Dio scisso tra il cielo e la terra, ovvero il regno degli inferi dove cade, che per elevarsi compie 12 fatiche, ma a nulla valgono per elevare la sua anima che di fatti poco traspare. D’altra parte Emma Dante restituisce tutta la fragilità all’eroe Eracle, ermafrodito, sensuale, terreno nel senso di essere fatto di materia. E più che la fragilità è l’istinto animale della madre che emerge forte dalla messa in scena della tragedia di cui si ricorda soprattutto Megara (Naike Anna Silipo) che cinge a se i suoi figli (Serena Lippi, Arianna Pozzoli, Isabella Sciortino) come una lupa viscerale e fisica e con loro gioca nell’acqua delle tombe disperatamente attaccata ad una vita che è già morte annunciata.

La tragedia viene riambientata secondo i colori e i ritmi e le cadenze siciliani, suggerendo temi attualissimi, quali la violenza domestica, l’emigrazione, la guerra e il potere. Siciliani sono i paraventi mortuari, il capo coperto, le vesti nere, il manto fiorito della Madre-Madonna che sacrifica i figli, i personaggi bardati come pupi. Gli attori, prima tra tutti Eracle è un pupo meccanico e a tratti ridicolo, molto più maschile che femminile quando ride in modo allucinato ed egocentrico del destino tragico che attende tutti e di cui lui si crede il salvatore, manovrato dagli dei o forse dal potere e dalla violenza a cui si assoggetta egli stesso assuefacendosi alla realtà che lo circonda, in preda alla rabbia. La furia che si impossessa di Eracle è quella attuale di chi stermina la famiglia, di chi abbandona in mare altri uomini come se la vita fosse un gioco folcloristico. Le furie come Eracle sono anche esse manovrate dal fato e dagli dei, come ragni glaciali non hanno ripensamenti.

Tenero è Anfitrione che reputa Eracle figlio suo mentendo a se stesso che non sia, come è, figlio di Zeus e dell’adulterio (benché inconsapevole) di sua moglie. Profondamente umano e mortale quando invoca in nome del torto subito uno Zeus più umano degli umani, che egoista, pur avendo compiaciuto le sue voglie non accorre invece nel momento del bisogno a salvare la progenie. L’accento siciliano della superba Serena Barone, rende Anfitrione ancora più vicino al popolo, così quando dice della sua famiglia cacciata da casa dal superbo Lico (Patrizia Zanco) appare come simbolo del povero o del senza dimora contemporaneo.

La tragedia appare senza speranza, circoscritta nei preparativi estetici alla morte fin dall’inizio e per questo (volutamente) deprimente. Quello di Emma Dante è un Eracle potentissimo, ma estetico a cui non avrebbe fatto male un po’ più di anima, qualche guizzo di vita e di speranza e di compassione per il prossimo, una recitazione del protagonista più profonda. Tratti di verità compaiono sul volto di Eracle solo alla fine nel confronto-scontro-abbraccio di Teseo (Carlotta Viscovo) che lascia trapelare forse più di un’amicizia fraterna e dunque Teseo è suo specchio narcisistico e consolatore (giustifica di fatti l’abominio commesso) o forse sua anima gemella omosessuale.

Evidentemente è questa cappa incombente e senza speranza fin da subito che Emma Dante voleva raccontare traendo spunto dall’epoca che stiamo vivendo, adesso, nel nostro Paese, un’epoca di violenza in cui esseri umani difendono il loro orticello, si scagliano contro altri esseri umani in preda ad una rabbia cieca che di razionale non ha nulla, e nulla ha di anima e di umano, forse neanche l’istinto di proteggere i propri figli.  

L'Autore
Alessandra del Giudice
Author: Alessandra del Giudice
Sociologa, giornalista pubblicista e appassionata di fotografia, è specializzata nel giornalismo sociale e di viaggio.

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