domenica 25 OTTOBRE 2020
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Anni Novanta e Gigi D’Alessio: grazie assai!

Settembre duemilaventi: sindrome da rientro, post vacanza pandemica, zanzare, afa, traffico, scuole che iniziano tardi, scuole che forse non iniziano, mascherine, Grande Fratello Vip,  lockdown parte seconda, gente che vuole essere votata, referendum Si, referendum No, i chili di troppo, i buoni propositi di settembre che sono ormai passati a “se ne parla dopo Natale”

Una confusione totale, roba che se superiamo questo mese ci dovrebbero dare una medaglia all’onore, un bonifico per la pazienza.

Quantomeno una carezza.

Ma qualcosa ce la meritiamo, forse una macchina del tempo che ci riporti ai tempi in cui a Settembre l’unico vero dilemma era decidere se dovevamo comprare.

- Comix o Smemo

- Invicta o Seven

- Levi's o Lee

Ed è in questo clima di incertezza, di caos apocalittico che bellébuon ("improvvisamente" per i nati sopra Caianello e  sotto Lagonegro ) dai cascioni del passato, come un vero e proprio segno divino, arriva Gigi D’Alessio con “Buongiorno”, un album con tutti i suoi successi “neomelolodici” riarranggiati in chiave moderna.

Vi ricordate di Annarè?

E delle fotomodelle un po’ povere che a quindici anni faticano già?

Proprio quelle storie lì, sono tutte in questo nuovo album che vede D’Alessio confrontarsi con gli anni Novanta e la musica di oggi.

Nel nuovo album il cantautore napoletano ha coinvolto una vera squadra di giovani e talentuosi rapper, da Clementino a Rocco Hunt, passando per Enzo Dong e Vale Lambo (solo per citarne alcuni).

Un incontro tra gli anni Novanta e la trap di oggi, un album che potrebbe vedere cantare padre e figlio nella macchina nel traffico della tangenziale del Corso Malta.

Un’operazione amarcord che ci scaraventa tra i banchi del nostro liceo quando con il walkman sul Sì tutto scassato cantavamo a squarciagola “Notte di notte è finito un amore che aveva il sapore del latte” (Gigi D’Alessio duetta con suo figlio nella nuova versione di questo pezzo).

Buongiorno non è un album, ma un pugno nello stomaco.

Quella roba che  costringe a ricordarti di quando eravamo tutti un po’ meno complicati.

Più ignorantelli.

Più pane al pane, vino a vino

Di quando andavano sul motorino senza casco.

Che con una Merit fumavamo in quattro.

Con l'amore che scoppiava nei pantaloni.

Con il sogno americano nella testa e con tutti i  nostri "Io me ne andrò da qui".

Perchè poi siamo cresciuti e abbiamo sostituito le zeppole e i panzerotti del furgoncino per strada con il cibo biologico e la farina di Kamut.

Ci siamo definiti cittadini del mondo e abbiamo riempito di cose un po’ inutili la nostra vita.

Il nuovo album di D’Alessio ricorda a molti di noi come vivevamo a 15 anni.

Ci fa capire come eravamo.

E forse potrebbe avvicinarci un po’ di più ai ragazzi, alla loro musica.

Che giudichiamo mettendoci sul piedistallo delle nostre rughe.

Un album che ci rende più uguali.

Ci rammenta della nostra adolescenza.

Ci ricorda che malgrado la Laurea, i libri di Kafka e i testi a memoria di De Andrè, siamo stati dei giovani sfigati di provincia.

Dei ragazzini sempliciotti ma pieni di sogni e di sentimenti che abbiamo imparato a nascondere sotto le giacche e le cravatte.

Io questo album l’ho scoperto una mattina di qualche giorno fa, in questo settembre così strano.

Ero in macchina e mi sono ritrovato a urlare tutte le canzoni e ballare le parti rappate che non conoscevo.

In un attimo mi sono ritrovato con quella parte di me che ancora mi assomiglia di più.

Perché malgrado la stempiatura, i 38 quasi 39 anni, resto sempre uno sfigato quindicenne di provincia  che in macchina canta in modo sguaiato “'A dummeneca mangiamm semp 'e tre, Ca giuramm semp adda murì mammà”

PS: Volevo dire a Gigi D’Alessio che grazie a questo album gli perdono pure Sanremo, Non dirgli mai e tutti gli album successivi.

L'Autore
Giovanni Salzano
Author: Giovanni Salzano
Esperto di social media management, cura la rubrica di opinione Società.

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