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Ti taggo o ti lascio? Le regole per comportarsi bene sui social

Giovanni Salzano Napoliclik

Mazz’ e panella fann e figl’ bell”: questo il principio cardine del sistema educativo della maggior parte delle mamme napoletane (compresa la mia).

Frasi tipo “C’ho dic a patet” o il classico “Ti do il resto” sono poi delle pietre miliari della pedagogia napoletana (Montessori fatti un po’ più in là).

Espressioni che noi tutti abbiamo sentito e che si vanno ad aggiungere alle frasi dei “simpatici” vicini come la sempreverde “Mo te lo buco” quando noi giovani ragazzini “di strada” appendevamo il pallone.

Appendere il pallone indica l’azione di avere lanciato il pallone nelle fresche frasche, o sul balcone del malcapitato vicino di casa con l’aggravante, in questo caso, del rischio rottura vetri (da qui la minaccia “bucatura”).

La società è cambiata, si gioca meno per strada e al Supersantos i ragazzini  (e pure i genitori) preferiscono il cellulare.

Al di là delle pesanti contraddizioni (abbiamo paura a far giocare i bambini per strada ma poi li lasciamo i balia di milioni di sconosciuti sui social) è necessario ora aggiungere ai principi educativi basici, quelli tradizionali, anche una serie di regole che sono la base della convivenza civile della comunicazione duepuntozero.

Quelli bravi la chiamano “netiquette”, una sorta di prontuario della buona educazione, il bon ton (l’etichetta) da tenere in rete (sulla “net”, appunto).

Diciamo un “Mo te lo buco” versione moderna, però.

Perché ce lo dobbiamo mettere bene in testa quello che non faremmo faccia faccia non lo dobbiamo fare nemmeno sul web.

Non dobbiamo usare mai lo schermo del computer per offendere e schernire nessuno.

Come nella vita, così sul web non bisogna mai dimenticare il rispetto come principio imprescindibile e base solida su cui bisogna reggere ogni rapporto, in tutte le situazioni (internet compreso).

Senza entrare nel merito di situazioni complesse e delicate, ecco qui di seguito i suggerimenti per stare sul web senza fare la figura dei cafoni e dei superficiali.

Una serie di principi cardine, l’abc dell’educazione sul web, perché usiamoli pure ‘sti social, ma con classe però.

1)   No TAG

Letteralmente, in lingua inglese “tag” significa “etichetta, cartellino” ma nel mondo social la parola ha acquisito un altro significato.

Diciamo che volendo tradurre “taggare” potremmo usare i verbi “riguardare” o “identificare”.

Perciò se una cosa mi riguarda uno mi tagga, se non mi riguarda uno non mi tagga.

Mi pare ovvio ma evidentemente non è così: si chiama tecnica del tag selvaggio e molti la usano per sponsorizzare “case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale”.

Una sorta di obbligo all’ attenzione come se uno, “bell e buon”, vi prende la faccia e vi obbliga ad ascoltarlo (e non mi pare una cosa bella!).

2)   La bacheca non è la chat

Se dovete dire un fatto privato utilizzate whatsApp, il telefono, il citofono, il piccione viaggiatore ma la bacheca Facebook per cortesia no.

3)   Scrivete “pulito”

Voi urlereste in piazza una serie di parolacce?

Per lo stesso principio sarebbe consigliabile utilizzare un linguaggio garbato sul web, specialmente nei post(i) pubblici.

Oltre le maleparole sono da evitare nella maniera più assoluta “Pultroppo” e “Se dovrei”.

4)   Emoticons si, ma con parsimonia

Ma vi pare che uno per capire cosa scrivete deve chiamare un egittologo perché i messaggi mi sembrano ormai geroglifici?

Le emoticons (icone delle emozioni) servono a chiarire il tono del messaggio e quindi vanno usate sì, ma con parsimonia.

5) Il buongiorno si vede dal mattino

I gattini, gli orsetti con la scritta TVB e i Padre Pio per dare il buongiorno per piacere anche no.

Il buongiorno al massimo si augura con la tazzulella del caffè (e il silenzio fino alle 10 del mattino).

6) La notte dormite (o fate altro)

Non inviare messaggi nel bel mezzo della notte che se beccate uno come me gli fate venire sei sette infarti e svegliate pure le “creature” (la vibrazione del telefono sul mio comodino fa l’effetto di una mezza scossa di terremoto).

 7)   Il saluto è dell’angelo

Si crea un gruppo WhatsApp per permettere lo scambio di idee, informazioni (e pure cose idiote) tra amici, colleghi e più in generale persone che condividono gli stessi interessi.

Quindi prima di inserire qualcuno in un gruppo è buona educazione chiederne il permesso e prima di abbandonarlo, la netiquette prevede che si lasci un messaggio d’addio all’intero gruppo.

Scostumato chi vi inserisce senza permesso, scostumato voi che uscite senza salutare!

8)   Ma che ci vuole a chiedere il consenso prima di taggare qualcuno su una foto o un video?

Ma vi pare che uno deve stare con l’ansia a tremila ogni volta che arriva la notifica Facebook “Tal dei Tali ti ha taggato in una foto”?

Lo stesso principio vale la pubblicazione degli screenshot di conversazioni private.

Ma se io ti mando un messaggio privato perché tu lo devi rende pubblico?

(Roba che se Erica, la mia amica zitella madrilena, pubblicasse le nostre conversazioni private saremmo denunciati a piede libero).

Sarebbero tantissime le regole per “imparare a campare” sui social perché dobbiamo capire che sul web ci dobbiamo comportare esattamente come facciamo nella vita di tutti i giorni.

Internet non è un altro mondo, è il nostro mondo e come tale dobbiamo utilizzare gli stessi principi di rispetto e di buona educazione che usiamo nella vita “normale” (anche perché ricordiamoci che azioni offensive sul web sono illegali e punibili dalla legge).

Quelle stesse cose, quelle stesse regole che ci hanno insegnano le nostre mamme quando urlavano con lo zoccolo in mano “ò rispett è a primma cosa!”

 

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