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Campagna, un piccolo miracolo di umanità

Ci sono delle storie che meritano di essere raccontate, che insegnano a guardare le cose sotto altri punti di vista, talvolta illuminanti.

Il 27 gennaio, il Giorno della Memoria, in tutto il mondo si commemorano le vittime dell’olocausto, lo sterminio di tanti ebrei ad opera dei nazisti.

Una pagina nera della storia della (dis)umanità che solo la memoria potrebbe provare a riscattare.

Ricordare significa attraversare il dolore per non sprecarlo perché un popolo senza memoria è un popolo destinato all’autodistruzione.

Ci sono due storie che si incrociano a pochi chilometri da noi e che sembrano accendere una piccola luce nel buio più nero della Shoah, un po’ di speranza dalla quale tutti noi dovremmo imparare ad attingere.

Siamo a Campagna, un piccolo paesino dell’entroterra salernitano arroccato sui monti Picentini.

Siamo in pieno fascismo e il regime dell’epoca necessitava di strutture che fossero idonee ad “internare” gli oppositori e i dissidenti.

I fascisti cercavano però dei posti lontani che non fossero vicini ai porti, a importanti strade, a linee ferroviarie, ad aeroporti o a fabbriche di armi.

In una sola parola: posti isolati.

E molto isolati erano i due ex conventi di Campagna che vennero “scelti” appunto come campo d’internamento (il più grande campo allestito in Italia in edifici preesistenti a partire dal 1940).

Quindi Benito Mussolini trasformò il convento degli Osservanti e quello dei Domenicani in luoghi di isolamento e di prigionia.

Nel 1939 cominciarono ad arrivare nel piccolo paesino i primi 30 “internati”, tutti segnalati come elementi pericolosi e allocati in strutture abitative  (il campo fu aperto il 16 giugno del 1940 e arrivò ad ospitare fino a 400 persone).

Ogni prigioniero aveva solo una brandina, qualche coperta, una bacinella e una bottiglia d’acqua.

Gli internati però potevano muoversi per il paese rispettando le zone consentite che erano delimitate da strisce di pittura o cartelli, dei veri e propri divieti di accesso dettati dalle leggi razziali dell’epoca che erano molto rigide.

Ed è qui che succede qualcosa di bello.

In quel paesino sperduto ottant’anni fa accade un piccolo miracolo di umanità.

Quella comunità piuttosto che avere paura dei prigionieri, li “accolse” tramutando quella prigionia in un vero e proprio processo di integrazione.

Grazie alla compiacenza della cittadinanza, gli internati riuscirono infatti a muoversi liberamente per le strade del piccolo paesino.

La gente del posto con la semplicità di chi ancora è scevro da luoghi comuni non ebbe paura del “diverso” dando vita ad un pezzo di storia ricco di umanità.

Una convivenza pacifica che portò, per esempio, molti medici ebrei a diventare punto di riferimento per le famiglie del posto o a romantiche storie d’amore tra “prigionieri” e le giovani del paese.

Tante le attività svolte: la presenza di un coro e di una piccola orchestra che organizzava concerti musicali, rappresentazioni teatrali e mostre di pittura, la possibilità di consultare migliaia di libri della biblioteca del seminario e di impartire lezioni di lingua straniera ai giovani del posto.

Un intero paese che ha combattuto (e ha vinto) senza armi contro i regime fascista.

È in questo storia che si colloca Giovanni Palatucci, soprannominato lo Schindler italiano (Oskar Schindler, protagonista della famosa pellicola, è stato l’imprenditore tedesco ricordato per aver salvato più di 1 000 ebrei).

Giovanni Palatucci era il nipote di Monsignor Giuseppe Maria Palatucci, il Vescovo di Campagna.

Era un vicecommissario che fu assegnato all’ufficio stranieri della Questura di Fiume (oggi cittadina croata ma all’epoca italiana).

Sapete cosa fa questo giovane poliziotto meridionale in servizio al confine?

Invece che fare il suo lavoro, rischia la propria vita per salvare da morte sicura moltissimi ebrei, fornendo permessi speciali, attuando azioni di depistaggio e favorendo la fuga all’estero.

Praticamente disobbedisce e fa gli imbrogli, rallenta le procedure per  salvare la vita di tanti ebrei.

Il giovane commissario, attraverso una fitta rete di aiuti e con il supporto dello zio, riesce a salvare migliaia di profughi dai campi di concentramento duri, conducendoli fino al Convento di San Bartolomeo, proprio a Campagna, lontano quindi dai luoghi dello sterminio.

Palatucci viene “scoperto” e poi deportato nel campo di sterminio di Dachau con numero di matricola 117826, compiendo il suo olocausto a soli 36 anni.

A testimonianza di queste due storie a Campagna c’è un posto che merita di essere visitato perché “allenare” la Memoria è un esercizio civico dal quale non possiamo sottrarci.

Il museo regionale della memoria e della pace “Giovanni Palatucci” , unico museo della memoria in Campania, è stato istituito nel 2008 per raccontare “una storia diversa” riconducibile a temi di grande attualità, come: la Shoah, il dialogo interreligioso, la tolleranza, la pace e la fratellanza tra i popoli.

Il museo si trova nel convento domenicano di San Bartolomeo e oggi, nella mostra permanente allestita all’interno dell’edificio, è possibile ripercorrere la vita di Giovanni Palatucci e di un’epoca drammatica sottoposta alle disposizioni del governo fascista che individuavano campi di internamento.

Un luogo di grandi suggestioni emotive che va scoperto e riscoperto perché - come dice Liliana Segre - “La Memoria è l’unico vaccino contro l’indifferenza”.

Informazioni sul Museo

Itinerario della memoria e della pace – Centro studi “Giovanni Palatucci”.

Via San Bartolomeo - Campagna (Salerno)

Aperto dal lunedì al  venerdì  dalle ore 9 alle ore 12.30

Sabato dalle ore 10 alle ore 12 (è preferibile la prenotazione)

Domenica  (su prenotazione)

Tel. e fax: 0828 46 044   cell. 338 2458618

Sito web: http://www.museomemoriapalatucci.it/contatti/

L'Autore
Giovanni Salzano
Author: Giovanni Salzano
Esperto di social media management, cura la rubrica di opinione Società.

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