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Fuck me di Marina Otero. Cosa succede se il tuo corpo non è più te

fuck meFra i corpi nudi dei sei ballerini in piedi sul palco si fa largo a passo incerto una filiforme figura di donna. Nonostante la giovane età  si muove con la sofferenza e la difficoltà tipica delle persone anziane abituate ormai da anni a convivere con il dolore. La donna chiarisce fin da subito ruoli e competenze. “Buonasera, sono Marina Otero, la regista di questo spettacolo, ma sono innanzitutto una ballerina”.

Trentotto anni appena e una carriera stroncata da tre ernie del disco operate di recente, Marina Otero ha deciso di portare sul palco con “Fuck Me” (“ho scelto questo titolo perché, da quando sono in questo stato, non ho mai battuto chiodo” precisa l’autrice) le sue considerazioni sulla memoria del corpo prendendo “in prestito” i corpi dei sei performer. Loro tutti sono la Otero, le coreografie, i salti, i pliè e gli chassè che eseguono sono quelli che l’artista argentina ha tante volte eseguito nella vita di prima e che ora esegue solo nella propria mente. Mentre i ballerini si muovono, sullo sfondo scorrono immagini nostalgiche e volutamente stucchevoli di filmini di famiglia, saggi di danza dell’infanzia, provini e registrazioni di prove generali. Tutto questo era la vita di Marina Otero perché la vita di una ballerina passa tutta attraverso il suo corpo. Cosa succede allora quando una ballerina non ha più il suo corpo? In questo spettacolo – presentato l’8 e 9 settembre in prima nazionale al Teatro Politeama di Napoli, in apertura dell’ultima parte del Campania Teatro Festival – la regista lascia scorrere tutto il suo dolore: la frustrazione, la paura, la nostalgia di una se stessa che sa di non abitarla più, il buio che intravede dalla serratura della porta che dà sul futuro ma che ancora non ha il coraggio di spalancare.

foto 1 performer

Tutto ciò è narrato attraverso i corpi delle sei Marina (che si chiamano anche tutti Pedro, come l’ultimo grande amore lasciato a Bruxelles nella sua vecchia vita) ma soprattutto attraverso un testo disincantato, privo di orpelli e abbellimenti, incredibilmente crudo e inverosimilmente sincero. Colpisce il monologo sull’esperienza della sala operatoria, con il barelliere che le dà quell’ultima spinta nella sala asettica dove la attendeva il chirurgo e il conto alla rovescia verso l’oblio anestetico; bella e triste è la considerazione di Pedro 6 (che è poi anche la Marina più vicina a quella attuale) su cosa voglia dire per un ballerino invecchiare.

Lo spettacolo rotola sul palco, i corpi si muovono sfrenati, il ritmo incalza e spinge tutti - i ballerini, Marina, il pubblico  - verso una fine inesorabilmente priva di speranza.

Ma un punto di domanda si apre nella mente dello spettatore, come uno squarcio bianco sul rosso e il nero della scenografia: Marina si rende conto di ciò che ha fatto? Forse - ancorata alla vecchia sé stessa, a quel corpo ormai solo scimmiottato sul palco da altri - non riesce a vedere un futuro assolutamente possibile e auspicabile: il mondo della scrittura, della sceneggiatura. Il mondo dell’idea che non ha bisogno di corpo, che non può invecchiare, ammalarsi o morire. Su questo palco giace Marina Otero: ballerina. Oggi qui nasce Marina Otero: regista, drammaturga, scrittrice. Benvenuta Marina.

foto 2 otero

L'Autore
Chiara Reale
Author: Chiara Reale
Si occupa di promozione, strategia di comunicazione e management nel settore arte e cultura. Cura mostre di arte contemporanea ed eventi culturali.

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