Venerdì, 19 Agosto 2022

Che posto deve occupare il welfare nella lista delle priorità a Napoli?

di Sergio D’Angelo

L’assessore ha confermato in commissione che permangono difficoltà a prevedere nel prossimo triennio l’assunzione dei 100 operatori sociali che avevo chiesto nelle scorse settimane.

Presenterò comunque un emendamento in consiglio, dove la discussione sul bilancio approda il 28 giugno, perché ritengo che debba esserci necessariamente una dialettica politica e che il ruolo del consiglio non sia quindi quello di semplice ratifica delle decisioni della giunta. Il bilancio a dispetto dell’opinione comune non è un semplice strumento tecnico, ma anzi un momento fondamentale di indirizzo politico nel quale decideremo cosa fare o non fare insieme nei prossimi tre anni.

Conosco le difficoltà del comune di Napoli, ma conosco ancora meglio quelle della città e la necessità improrogabile di rafforzamento delle politiche sociali pubbliche. Riterrei perciò grave se non dovesse determinarsi collettivamente la ricerca strenua e appassionata di una soluzione comune, rispetto a un’urgenza che sembra invece essere riconosciuta da tutti a parole, ma non nei fatti. In questa sede, mi limito a ribadire che dieci nuovi operatori sociali pubblici sono del tutto insufficienti per fronteggiare la condizione che vivono i napoletani. Non solo quell’ampia fetta della popolazione che ha direttamente bisogno di politiche sociali, ma anche della parte restante e maggioritaria che paga il prezzo dell’insufficienza dell’intervento pubblico in termini di disgregazione del tessuto sociale, dell’imbarbarimento delle relazioni, dell’esplosione della violenza.

Un miliardo e trecentomila euro è pur nella sua imponenza una cifra certamente insufficiente ai bisogni della città. Ribadisco di esserne consapevole e farei fatica a individuare un solo settore destinatario degli investimenti previsti dalla giunta che non abbia bisogno di risorse. Non riesco tuttavia a non pensare alle migliaia di bambini e ragazzi delle periferie e del ventre povero della città che, ad esempio, un teatro non l’hanno mai visto per la semplice ragione che in certi quartieri non solo non sono mai stati costruiti, ma dove non si è determinato nemmeno un processo virtuoso di crescita in grado di spingere i ragazzi ad abbracciare un sistema valoriale diverso dalla narrazione tossica dei boss di quartiere.

Ritengo che il bisogno sociale abbia una dimensione universalistica, addirittura una priorità, perché a dispetto dell’idea diffusasi anche a sinistra da tempo le politiche sociali non sono la palla al piede dello sviluppo, ma anzi ne rappresentano la necessaria precondizione. Quanto mancato sviluppo produce la criminalità organizzata, per esempio? E se non interrompiamo la catena che dal disagio conduce ai comportamenti criminali e da questi alla camorra vera e propria, come possiamo immaginarci uno sviluppo pieno e compiuto nella nostra città?

Cento operatori sociali costerebbero non oltre 3,5 milioni all’anno, dei quali però 2 milioni possono essere recuperati attraverso la Legge di Bilancio 2021 che stanzia 20mila euro annui per operatore agli ambiti territoriali sociali che ne hanno meno di uno ogni 5.000 abitanti. Il problema è trovare queste risorse perché lo stato centrale li rimborsa successivamente, ma intanto serve una copertura certa qui e ora. È su questo che bisogna lavorare ed è su questo che chiederò al consiglio di produrre uno sforzo collettivo, perché altrimenti continueremo a renderci conto del disagio solo quando diventa cronaca nera. Tra l’altro, intervenire dopo, costa addirittura di più.

Author: Redazione

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